I taccuini di Tarrou – 258

Considerazioni sulla letteratura italiana

I. Malpelo

La rassegnazione di Malpelo alla sua condizione di escluso, di «malarnese» esiliato dalla società, espressa dalla sua cruda, spietata, per certi aspetti violenta visione del mondo e della vita (sarebbe forse eccessivo definirla filosofia), rappresenta uno dei vertici di quel cupo pessimismo che, certo non a caso, attraversa e lega l’intera narrativa italiana, da Leopardi, Foscolo e Manzoni a Moravia e Pavese, passando per De Roberto, Tozzi, Pirandello e Svevo. Malpelo è uno dei personaggi più disperati, consapevolmente disperati della storia della letteratura italiana, e non solo: arreso alla propria condizione terribile, non spreca energie in inutili tentativi di rivolta, ma la sostiene con coraggio e disprezzo, consapevole che alla propria sorte miserevole non c’è rimedio. Malpelo non s’illude, al contrario dei Malavoglia, di Mazzarò e di mastro-don Gesualdo, di poter modificare il proprio stato, e in ciò risiede la sua oscura, conturbante grandezza. Ai pregiudizi non si sottrae, anzi, ad essi si adegua, assumendo su di sé il destino di capro espiatorio e vittima di una società gretta e meschina.

II. Romanzi

Da giorni mi chiedo quale sia il romanzo italiano più grande. La scelta è ricaduta su due opere: le Ultime lettere di Jacopo Ortis La coscienza di Zeno. La grandezza dell’Ortis credo si riveli soprattutto nel confronto con il suo principale e più illustre modello: I dolori del giovane Werther. Rispetto al Werther il romanzo di Foscolo si caratterizza per il respiro storico-filosofico, del tutto assente nell’opera di Goethe, che contribuisce in modo decisivo alla sua grandezza: mentre il dramma di Werther è concentrato tutto nella dimensione intima, in un certo senso infantile e narcisista dell’essere, il dramma di Jacopo ha una portata ben più ampia, legata al contesto storico, politico e filosofico dell’individuo, contesto che non ha una valenza particolare, ma universale: l’impotenza di Jacopo dinanzi ai tiranni e alla ferocia della storia, la sua incapacità-impossibilità di raggiungere la felicità sono universalmente validi.

Per quanto riguarda invece La coscienza di Zeno, credo che il romanzo di Svevo sia il romanzo italiano dal più ampio respiro europeo, l’unico in grado di sostenere il confronto con i capolavori di Joyce, di Proust, di Mann, di Kafka, di Musil. Mi dispiace che la veste naturalista limiti tanto I Viceré di De Roberto. Se De Roberto avesse dato più spazio alla componente psicologica avremmo avuto un romanzo enorme, che merita comunque di essere letto e studiato, anche soltanto per godere della grandiosa e terribile confessione di Consalvo Uzeda che lo conclude, in cui è concentrata l’essenza dell’uomo politico, di ogni uomo politico. Il fatto che non abbia citato Pirandello non significa che io non lo ritenga un grande scrittore: dal punto di vista puramente creativo, Pirandello è probabilmente il più grande genio letterario italiano.

Infine, due parole sui Promessi sposi. La morale cattolica di Manzoni limita molto l’opera, sebbene le ultime parole di fra Cristoforo la vanifichino completamente, rimettendo in discussione l’intero impianto ideologico del romanzo, minandone di fatto le fondamenta («Verranno in un tristo mondo, e in tristi tempi, in mezzo a’ superbi e a’ provocatori»). Se Manzoni fosse stato ispirato da una morale semplicemente cristiana, evangelica, la stessa che ispira Dostoevskij e Tolstoj, I promessi sposi sarebbero oggi un monumento letterario d’ineguagliabile grandezza.

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