I taccuini di Tarrou – 202

Più passa il tempo e più si rafforza dentro di me la necessità di libri fatti di carne e sangue, libri che raccontano di strappi, di ferite, di traumi strappando, ferendo, traumatizzando a loro volta. C’è una certa letteratura aristocratica, manierata di cui un tempo subivo il fascino e che oggi invece mi respinge, nei cui territori ideali, troppo ideali mi sento a disagio, fuori posto.

Inizio a credere che la vera forza di un romanzo sia in ciò che non viene detto. Ogni uomo potrebbe concepire due versioni della propria storia, una versione fedele alla realtà, che riproduca la propria vicenda esistenziale per come è avvenuta, per come si è sviluppata e conclusa, e una versione ipotetica, possibile, in cui vengano colmati i lunghi silenzi che caratterizzano la vita di un uomo, in cui vengano sfruttate le occasioni perse, in cui vengano pronunciate con tempismo le parole giuste, venute in mente postume, irrimediabilmente postume ecc. Nel romanzo tradizionale queste due versioni vengono sovrapposte, fino a coincidere perfettamente in un unico quadro ideale. Una letteratura di carne e sangue, autentica, dolorosa, tragica, traumatica è fatta invece di rimpianti e di rimorsi, di silenzi, di vuoti, di pagine bianche se necessario. L’arte in sé e per sé, in ogni sua forma, non solo letteraria, non mi basta più. Ho bisogno di trovare sulla pagina una sofferenza pura, un sentimento del tragico profondo e rivelatore. Mann è un autore forse troppo pulito, troppo misurato per me, ma nelle sue opere c’è sempre un momento, almeno un momento rivelatore in cui il dolore erompe incontenibile, travolgente come un fiume in piena: l’emarginazione di Tonio Kröger che osserva, in disparte, Inge e Hans danzare; Hans Castorp precipitato in trincea; Leverkühn condannato al non-amore. Inutile dire che anche in questa visione sanguigna, carnale della letteratura, Dostoevskij e il secondo Tolstoj (padre Sergij che si fa saltare un dito con la scure per resistere alla tentazione) s’impongono come maestri assoluti. I due più grandi autori della storia della letteratura restano tali qualunque sia il metro critico.

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