I taccuini di Tarrou – 193

I. Nella letteratura, come nella vita, sono sempre stato dalla parte di chi proclama la superiorità dello spirito sulla materia, di chi rivendica la priorità delle questioni morali rispetto a quelle socio-politiche. Per questo motivo amo tanto autori come Dostoevskij e Tolstoj. Non è possibile un mutamento esteriore senza che avvenga prima un mutamento interiore. Non è possibile una rivoluzione collettiva senza che avvenga prima una ribellione individuale.

II. Nella letteratura, come nella vita, ho sempre badato più alla sostanza che alla forma. In un libro non cerco la perfezione stilistica, compositiva, estetica, ma un respiro filosofico e morale dalla validità universale. È questo il criterio che orienta i miei giudizi critici, che determina la mia vicinanza o la mia lontananza da un testo. Per questo motivo dopo aver letto La morte di Ivan Il’ič Resurrezione di Tolstoj non riesco più a leggere Guerra e pace Anna Karenina. Queste due opere hanno probabilmente un valore artistico superiore rispetto alla Morte di Ivan Il’ič Resurrezione, ma il valore artistico in sé e per sé non è ciò che mi interessa in un testo. Un testo deve scuotere e non lusingare il lettore, deve sbattergli in faccia le terribili verità che governano l’esistenza umana e non illuderlo. Un testo deve fare male, deve ferire e rovinare la vita, recidere le palpebre e gettare i semi di un’esistenza alternativa, autentica e consapevole. In questo senso, La morte di Ivan Il’ič è forse l’opera più importante di Tolstoj, dunque una delle più importanti in assoluto.

Allo stesso modo, pur riconoscendone l’immenso valore artistico, il ruolo di vetta narrativa della letteratura del Novecento, insieme all’Ulisse di Joyce, sebbene per ragioni diametralmente opposte, non riesco ad amare la Recherche di Proust, di cui ammiro soprattutto l’idea e il significato complessivi: un grandioso, ineguagliabile tentativo di resistenza alla morte e alla distruzione.

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