Gli sconfitti – La redenzione

Maria attendeva Sebastian sulla soglia della porta. Indossava una vestaglia nera in raso modello kimono, piuttosto succinta.
Sebastian percorse le tre rampe di scale in fretta e, giunto nell’appartamento della donna, la salutò con cortesia.
L’appartamento era buio, le persiane serrate. Solamente una stanza era illuminata, peraltro debolmente, da un’unica lampada posta in un angolo. Era la camera da letto, là dove Maria condusse Sebastian.
«Puoi posare i vestiti su quella sedia», gli disse la donna con gentilezza, accomodandosi sul bordo del letto matrimoniale coperto da un lenzuolo rosa.
Liberandosi del pesante cappotto, Sebastian osservò con attenzione Maria. Era proprio come l’aveva immaginata dalla voce.
Maria era una giovane più o meno della sua stessa età, non molto alta e piuttosto esile. Aveva dei lunghi capelli biondi straordinariamente lisci.
La sua era una bellezza sciupata dal dolore.
Osservando quell’indifesa creatura dallo sguardo languido, Sebastian provò subito una sensazione strana, prima di allora mai provata prima. Maria gli aveva trasmesso sin dal primo sguardo un forte, quasi insopportabile sentimento di sofferenza, tanto forte che in un istante lo avvolse, lo immobilizzò impedendogli di spogliarsi.
Il giovane se ne stava fermo in un angolo con lo sguardo rivolto a terra. Non riusciva a muoversi.
Accortasi dell’incertezza del cliente, al quale Maria non aveva dedicato che sguardi fugaci, ma penetranti, la donna chiese intimorita, quasi preoccupata: «C’è qualcosa che non va?».
Imbarazzato, Sebastian riuscì a rispondere a stento, sforzandosi di rendere comprensibile il suo sussurro:
«È la prima volta che…», senza però riuscire a terminare la frase, che lasciò a metà.
«Tranquillo, non è un problema», gli rispose carezzevole Maria, fraintendendo le parole del giovane.
La donna si alzò dal letto e si avvicinò a Sebastian, sfiorandogli con la sua piccola e delicata mano bianchissima un braccio, sforzandosi di risultare dolce e al tempo stesso sensuale.
Sebastian si affrettò a precisare.
«No, no, mi hai frainteso. Di esperienze di questo genere ne ho molte, troppe alle spalle. È solo che… È solo che, per la prima volta…».
Neppure stavolta il giovane riuscì a terminare la frase. Dentro di sé si stava formando, minuto dopo minuto, una strana forza, che lo bloccava.
«Forse non ti piaccio?», gli chiese allora Maria, allarmata, allontanandosi da lui.
La singolare situazione aveva spinto la donna a osservare Sebastian con grande attenzione. Quel giovane doveva essere pressappoco un suo coetaneo. Nei suoi occhi bassi, appena visibili, intravedeva qualcosa di molto particolare, assente in tutti gli altri clienti. Nei suoi occhi Maria intravedeva un inedito bagliore di umanità.
«Posso sedermi un attimo sul letto?», le chiese esitante Sebastian, recuperando un poco di slancio vitale.
«Fai pure», gli rispose Maria sedendosi accanto a lui.
Maria lo osservava ora con grande curiosità. Si aspettava qualcosa di davvero insolito da quel giovane. Lo sguardo di Sebastian era invece perso nel vuoto. Era inquieto, angosciato.
Dopo un paio di minuti di assoluto silenzio, Sebastian trovò finalmente il coraggio di parlare.
«Perdonami, non mi sono neppure presentato. Piacere, Sebastian», e, dicendo questo, si voltò verso la donna tendendole la mano scarna e gelida.
Maria la strinse forte, accompagnando al gesto le seguenti parole: «Maria, piacere mio».
Prima di allora non aveva mai svelato a nessun cliente il suo vero nome. Si faceva chiamare Arianna. Si accorse subito di questa stranezza e provò una singolare sensazione, tra lo sgomento e la speranza. Una sensazione nuova per lei. Si chiedeva chi fosse quel giovane, che con la sola presenza, involontariamente, era riuscito a estirparle un segreto così importante.
«Vedi, Maria, io non riesco proprio a spogliarmi davanti a te. È la prima volta che mi capita. Non riesco a spogliarmi perché è come se tu non fossi una… Ma una donna normale. Sono parole incomprensibili per te, lo capisco, ma chissà per quale assurdo motivo, mi sento in dovere di essere sincero con te».
Sebastian aveva pronunciato queste parole enigmatiche con estrema lentezza, vergognandosene subito dopo. Aveva allora distolto lo sguardo da Maria scaraventandolo a terra. Era imbarazzato.
Passò un altro minuto di assoluto silenzio. Poi Sebastian, come scuotendosi, tornò a osservare la donna, stavolta con enorme ardore, dicendole: «Appena ti ho osservata con attenzione, la tua fisionomia mi ha subito rivelato, senza alcuna pietà, tutto il tuo dolore. Allora mi sono bloccato».
Ascoltate queste incredibili e, per certi versi, inaudite parole, a Maria si inumidirono immediatamente gli occhi. Dovette lottare con tutta se stessa, ricorrendo ad ogni minima e più nascosta forza per trattenere le lacrime che, impetuose, premevano per uscire, per sgorgare.
Maria afferrò la mano di Sebastian, sussurrandogli: «Sei gelido…».
Sorpreso da quel gesto e da quella considerazione così familiare, così umana, Sebastian osservò dapprima la manina di Maria stretta alla sua, non molto più grande, ma inevitabilmente meno graziosa, ammirandone lo straordinario e quasi accecante candore, poi diresse il suo sguardo sul volto della giovane donna.
Nonostante gli sforzi disumani, Maria non era riuscita a contenere una lacrima, che le scorreva adagio sulle gote lievemente arrossate donandole un grande fascino.
«Scusami. Io… Io non volevo. Sono stato così brutale…», borbottò Sebastian.
«No, non dire così», le rispose Maria con un tono di voce melodioso, ma rotto dalla commozione.
Entrambi erano preda di una vivida emozione. I loro ruoli erano mutati. Maria non era più una prostituta, Sebastian non era più un cliente. Lei era una semplice donna, lui un semplice uomo.
Maria, dopo un lungo e profondo sospiro, che l’aveva addirittura costretta a chiudere gli occhi per qualche secondo, aveva deciso di aprire il suo cuore addolorato a quel suo coetaneo. In una vita di solitudine e di disperazione, aveva forse trovato, finalmente, un appiglio al quale provare ad aggrapparsi.
«Sebastian, io ho venticinque anni e nessuno, mai nessuno, fino ad oggi, mi ha capita. Quelle tue parole sul mio dolore, sono vere. Io soffro molto, ed è normale che ciò si rifletta sulla mia persona. Nessuno però, prima di te, l’aveva notato, nessuno, prima di te, me ne aveva parlato così apertamente, credimi».
Sebastian, felice di ascoltare quelle parole così intime e sincere, non era più imbarazzato. Non distoglieva più lo sguardo da Maria – non l’avrebbe fatto per nulla al mondo – e si perdeva nelle pieghe della sua immagine.
«Come puoi tu, Maria, così delicata e sensibile, trovarti in una simile situazione?».
Maria non provava alcun timore, né alcuna reticenza nei confronti di Sebastian, anzi, sentiva istintivamente una certa affinità tra lei e quel giovane altrettanto colpevole. Così, una domanda del genere, forse per chiunque altro offensiva, a lei aveva fatto piacere. Aveva un gran bisogno di raccontare la sua storia a qualcuno, ma non aveva mai conosciuto una persona alla quale interessasse davvero. Era persino giunta a credere che nel mondo non esistessero che egoisti. Inoltre era terrorizzata dal giudizio degli altri, agli occhi dei quali temeva di apparire ciò che in realtà non era, una poco di buono, una mignotta. Di Sebastian però si fidava, anche se lo conosceva da pochi minuti, ed era pronta a dirgli tutto. Tutto.
«Per rispondere alla tua domanda dovrei raccontare la mia storia», disse Maria al giovane, distogliendo per un istante lo sguardo da lui.
«Sono qui per questo… Raccontami la tua storia», le rispose Sebastian, stringendole forte la mano, attento però a non sciuparla. Gli sembrava infatti di stringere tra le dita un fragile e prezioso fiore.
«Sono una ragazza madre. Colpevole di avere una fiducia cieca e incondizionata nell’amore, mi sono concessa al primo uomo amato. A conoscenza dell’inattesa gravidanza, lui si è dileguato. Ho pensato all’aborto, ma non ne ho avuto il coraggio. I miei genitori mi hanno sempre sostenuta e aiutata, anche se era sempre più difficile vivere con il solo stipendio di mio padre. Mia madre è fisicamente troppo debole per lavorare, è sempre piena di dolori, sempre malata. Insomma, sono stata costretta a lasciare gli studi e a trovarmi un lavoro. All’inizio facevo la cameriera, poi mio padre ha perso disgraziatamente il lavoro e, per non finire definitivamente sul lastrico, ho dovuto cercare una nuova alternativa, una nuova professione che mi permettesse di andare avanti, a me e alla mia famiglia. Non avevo altra soluzione che vendere il mio corpo. Allora ho preso in affitto con un’altra ragazza questo appartamento. Il proprietario non si lamenta, siamo sempre le più puntuali a pagare. I miei genitori non sospettano nulla, se lo venissero a sapere, mi ripudierebbero, mi priverebbero della bambina. Loro sanno che faccio la commessa in un negozio d’abbigliamento a Roma… Se avessi avuto un’altra scelta, non avrei mai, mai venduto il mio corpo, oggi così misero e sfatto, pieno di smagliature, non sarei mai caduta così in basso, tra gli ultimi, ma non potevo fare altro. Non avevo altra scelta. Voglio continuare a crescere mia figlia e garantire una vita dignitosa ai miei genitori, almeno fin quando le cose non miglioreranno e mio padre troverà un nuovo impiego. Ma a cinquantacinque anni trovare un lavoro è così difficile…».
Detto questo, raccontata la sua penosa e triste storia, Maria aprì il terzo cassetto, quello più in basso, del comodino bianco posto ad uno dei lati del letto, e afferrò una fotografia, che porse come una sacra reliquia a Sebastian.
Il giovane, visibilmente commosso dal racconto della donna, afferrò lo scatto con enorme accortezza.
«È lei, è tua figlia?», domandò dopo qualche istante d’attenta e assorta osservazione.
Alla domanda di Sebastian, Maria scoppiò in un sommesso, ma sorridente pianto. Non si sforzava neanche più di trattenere le lacrime, che erompevano senza posa come l’acqua erompe da una cascata.
«Sì… È lei… È bella vero?».
«Come la madre», rispose d’istinto Sebastian, senza volerlo. Con una mano accarezzò adagio e con grande dolcezza il volto umido della giovane, chiedendole quanti anni avesse la piccola.
«Ha cinque anni, e si chiama Rachele».
«Che bel nome…».
«Sebastian, ti prego, non giudicarmi. È vero, io vendo il mio corpo, ma solamente quello. Ciò che è interno, ciò che sta dentro, il cuore e l’anima sono intatti, solo miei. Sono consapevole della mia colpa, della mia miseria, della mia disperazione e soffro dannatamente per tutto questo».
A quelle parole Sebastian prese fuoco, si infervorò.
«Io non ho il diritto di giudicarti. Sono colpevole quanto te, anzi, di più, molto, molto di più. Troppe volte ho abusato della miseria, ma ora basta. Tu, nel tuo cuore e nella tua anima sei innocente, sei perfettamente pura, io no. E la tua innocenza e la tua purezza si riverberano in tutto il loro impressionante splendore nei tuoi occhi chiari, magnifici. Il tuo volto bellissimo mi ricorda quello della Madonna Sistina di Raffaello. Tu sei la grazia e, ti prego, salvami…».
Improvvisamente Sebastian si inginocchiò dinanzi a Maria e le baciò con trasporto i piccoli piedi lattei. Lei lo osservava atterrita.
«Basta, basta! Alzati, ti scongiuro… Non merito tutto questo…», disse Maria, rialzando con forza Sebastian, afferrandolo per le braccia.
Lo aveva fatto sedere di nuovo accanto a sé.
«Maria, tu credi?».
«Sì, credo. Altrimenti come avrei potuto resistere a questo strazio?».
«Lo sapevo, lo immaginavo. Ti invidio, perché io invece non credo e non crederò mai… Tu sei la mia Sonja… Maria, ascoltami», Sebastian era al culmine dell’esaltazione, «io non ho avuto che una certezza fino a oggi, e cioè che avrei vissuto la mia misera vita da solo, senza una donna e senza un figlio. Ma il caso, questa imponderabile e incontrastabile forza, mi ha condotto da te, e ho subito capito che, da questo momento, bisogna iniziare a vivere, sul serio, bisogna iniziare a darsi da fare. Maria, lascia questo lavoro e inizia a camminare al mio fianco, ti prego, ti imploro, salvami. Io non sono altro che uno studente squinternato, in balia della depravazione, della corruzione fisica e morale, ma voglio, voglio con tutto me stesso prendermi cura di te e della bambina, di Rachele. Inizierò a lavorare, e i miei genitori ci daranno una mano».
«Come puoi rovinarti così l’esistenza? Chi te lo fa fare, Sebastian?».
«La mia esistenza è già rovinata, ma, forse, grazie a te, non del tutto compromessa. Maria, io voglio redimermi… Insieme cresceremo la piccola Rachele…».
Sebastian continuava a parlare con impeto. Non riusciva a stare fermo. Le sue parole si rincorrevano uno dopo l’altra come massi gettati da un precipizio. Maria gli sorrideva, ma non aveva lo stesso entusiasmo, non poteva avere il suo stesso entusiasmo.
Resosi conto della cautela, della moderazione con la quale la donna affrontava la situazione, Sebastian placò la sua agitazione, ritrovando finalmente la necessaria calma. Afferrò entrambe le mani di Maria e la guardò dritta negli occhi oramai asciutti.
«Maria, guardami. Guardami attentamente. E guardandomi scruta le mie profondità. In esse troverai un neonato bagliore di vivida luce che spezza le tenebre. Io ti prometto di esserti per sempre fedele. Io consacro la mia esistenza alla tua e a quella di Rachele, la consegno nelle tue mani. Io non voglio altro che starti accanto e aiutarti, nient’altro. Non pretenderò mai nulla di più da te, mai. Tu sei una parabola vivente che può redimermi, che può condurmi alla salvezza. Tu sei già redenta, tu sei già salva, tu incarni la grazia. Io sono invece un miserabile, un indegno miserabile e non mi resta che consegnarmi a te. Troppo meschina e abbietta è stata fino a questo momento la mia vita. Immagino che tu debba pensarci, ma sappi che io non cambierò idea…».
Durante il suo appassionato, ma placido discorso, Sebastian non aveva smesso neppure per un solo istante di osservare Maria, il suo volto rinascimentale, i suoi occhi. La donna ascoltava come se fosse assorta nella contemplazione di un sogno. Guardava quel giovane così strano e provava qualcosa di molto simile alla gioia.
«Ti andrebbe di fare due passi? È un pomeriggio splendido», le domandò Sebastian.
«Mi piacerebbe, ma…».
«Ma?».
«Devo andare a prendere Rachele a scuola».
«Ah… Capisco».
«Ti va di accompagnarmi?».
«Sì! Oh, Maria…».
«Allora mi cambio e usciamo».
«Maria, aspetta. Voglio dirti un’ultima cosa. Sarò breve. Tu meriti un’altra vita, più serena e meno dolorosa. Forse io posso aiutarti. Forse possiamo aiutarci a vicenda… Ma non voglio ossessionarti, no, non voglio. Sappi però, e ne devi essere perfettamente consapevole, che si è aperta una nuova, e fino a poche ore fa impensabile strada per entrambi».
«Lo so, Sebastian, lo so…», gli sussurrò piano la giovane abbracciandolo con calore.

Gli sconfitti , , , ,

Informazioni su Simone Germini

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Dal 2012 al 2018 sono stato caporedattore del blog «Freemaninrealworld». Insieme con Lorenzo Pica, Raffaele Rogaia e Marco Zindato ho fondato il sito iMalpensanti.it. Sul blog «Bazzecole» i maldestri tentativi di scrittura creativa. Per info e contatti simonegermini@yahoo.com.

Precedente Gli sconfitti – Le ultime avventure del giovane Sebastian Successivo Gli sconfitti – L’incontro