I taccuini di Tarrou – 319

Una madre non deve conquistarsi il nome di madre; una madre è madre sempre, naturalmente, istintivamente. Per il padre è diverso: il padre deve guadagnarsi, meritarsi il nome di padre ogni singolo giorno. Nel caso del padre il sangue non basta, serve altro, molto altro, una cura quotidiana nient’affatto scontata in un uomo. Non a caso i grandi padri di Dostoevskij, Stepan Trofimovič nei Demòni, Versilov nell’Adolescente e Fëdor Pavlovič nei Fratelli Karamazov, sono tutti personaggi negativi, dominati da un’irresponsabilità, da una noncuranza nei confronti dei figli, che rappresenta una delle principali cause dei drammi di questi ultimi.

Certo, ogni individuo, in qualunque condizione, è il principale responsabile dei propri pensieri, delle proprie azioni, non c’è dubbio, ma se Ivan non avesse avuto come padre una bestia simile, non avrebbe desiderato la sua morte, non l’avrebbe autorizzata. Fëdor Pavlovič è il primo e principale responsabile della propria disgrazia. È erba cattiva, malsana, infestante che avvelena le esistenze di tutti quelli che, loro malgrado, hanno a che fare con lui.

Al contrario dei suoi padri, Dostoevskij si conquista ogni sacrosanto giorno il nome di padre: è tenero, affettuoso, premuroso ed è felicissimo di prendersi cura dei suoi figli, proprio come una consumata bambinaia, quando Anna non sta bene. Tutti i padri dovrebbero imparare da Dostoevskij, dalla sua storia e dalle sue opere, ancor più degli scrittori. Perché uno scrittore, in fondo, è superfluo, un padre no.

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