I taccuini di Tarrou – 256

Quest’oggi, osservando alcune tele di Friedrich, uno dei miei pittori preferiti, ho sentito affiorare il pianto. È come se in quelle opere avessi ritrovato improvvisamente la memoria di qualcosa perduto per sempre, forse l’entusiastico ardore romantico che mi animava da adolescente. Sì, nelle tele di Friedrich, che non osservavo da tempo, ho ritrovato dei frammenti, dei bagliori della mia giovinezza, delle aspirazioni, dei sogni e degli amori che l’hanno caratterizzata e che ora giacciono in un angolo polveroso della mia memoria come vecchi rottami inutili, da buttare. Ricordo che allora avevo scelto come motto una frase di Nietzsche, il mio filosofo e profeta giovanile, tratta da Ecce homo, in cui vedevo concentrata tutta la mia forza, la mia passione e la mia determinazione:

«Io non sono un uomo, sono dinamite».

Di lì a poco sarei esploso, distruggendo però solo ed esclusivamente me stesso.

Nei quadri di Friedrich ho ritrovato il mio mondo perduto, i miei vasti, sontuosi e immaginifici paesaggi interiori della giovinezza, inghiottiti con il tempo dall’inesorabile avanzata dei deserti. Quella natura ricca e romantica che dentro di me trionfava incontrastata, scenario ideale di ogni mia scintilla di vita, d’amore, di poesia e di pensiero, è morta per sempre, divorata dal nulla, e delle figure umane che popolano i dipinti del pittore tedesco, figure che rappresentano me stesso, le mie donne, i miei compagni, i miei immaginari avi, restano soltanto scheletri sepolti sotto un cumulo di macerie e sabbia. Neanche un esile filo d’erba macchia di colore la mia devastazione: tutto è grigio, schiacciato da un cielo malsano senza sole né luna, un cielo svuotato, sterile e secco, che non concede neppure l’ultimo conforto della pioggia.

Giorno dopo giorno tutto si raggrinzisce, si accartoccia su se stesso come plastica che brucia.

Caspar David Friedrich, Un uomo e una donna davanti alla luna
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