Solitudini – Racconti – Non voltarti – I-V

«Io son poi da solo, e loro sono tutti».

Fëdor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo

NON VOLTARTI

A Sonia,
dovunque si trovi,
qualunque sia il suo nome

«Per quanto riguarda me, invece, altro non si può dire se non: superfluo; e fine del discorso. Una persona in sovrappiù: tutto qua. La natura, evidentemente, non contava sulla mia comparsa e, di conseguenza, mi ha trattato come si fa con un ospite inatteso e incomodo».

Ivan Turgenev, Diario di un uomo superfluo

I

Sonia e Alessio si conobbero in libreria. Era stata lei a rivolgere la parola a lui, a cercare la conversazione. Il contrario, non sarebbe mai accaduto.
Sonia era un’insegnante di Lettere, Alessio una specie di scrittore irriconosciuto (volendo definirlo, non saprei quali altre parole utilizzare): era stato facile entrare in sintonia, era stato naturale, anche per un uomo schivo, al limite della selvatichezza, di poche parole, talvolta timido fino alla stupidità come Alessio. Era stato facile comprendersi. Si erano consigliati dei libri (Alessio aveva consigliato a Sonia le Poesie di Michelstaedter, la cui presenza in una libreria occupata quasi esclusivamente da inutili titoli contemporanei – Alessio detestava la letteratura contemporanea, anzi, non la definiva neppure letteratura, forse perché detestava la contemporaneità – rappresentava per lui una sorta di miracolo; Sonia aveva consigliato ad Alessio Lettera di una sconosciuta di Zweig), poi la conversazione era proseguita fuori, all’aria aperta, tra la folla. Prima di lasciarsi, Sonia aveva proposto ad Alessio di rivedersi l’indomani, di prendere un caffè, oppure un tè, oppure qualunque altra cosa insieme. Alessio, sorpreso, aveva accettato. La proposta di Sonia aveva sorpreso Alessio a tal punto che egli, tornando alla macchina, con il suo consueto passo lento, rassegnato, si domandava se ciò che era avvenuto in quell’ultima mezzora non fosse un’allucinazione o qualcosa di simile. Pensò persino di tornare indietro, di rincorrere Sonia per accertarsi della sua effettiva esistenza. Alla fine aveva alzato le spalle ed era andato avanti, preparandosi nel frattempo una sigaretta che avrebbe fumato prima di mettersi alla guida.
Quando Alessio fumava, doveva solo fumare, tutte le sue attenzioni erano concentrate sulla sigaretta. Così, non gli piaceva fumare mentre guidava. E poi, anche se gli fosse piaciuto, non lo avrebbe comunque fatto, perché la macchina non era sua, ma della madre, e la madre di Alessio detestava l’odore del fumo nella sua macchina, quasi quanto Alessio detestava la letteratura contemporanea.

II

Alla fine era stato caffè. Dopo averlo bevuto, entrambi con una puntina di zucchero, in piedi, al bancone del bar, Sonia e Alessio camminarono per qualche metro e si accomodarono su una panchina in riva al mare (la città in cui avveniva il loro secondo incontro, la stessa in cui era avvenuto il primo, la città di Sonia, a una ventina di chilometri dalla città di Alessio, si trovava sul mare, e sarebbe stato sciocco vedersi in qualunque altro posto), sotto un cielo velato e un sole pallido, malsano. Fumavano entrambi, Alessio una sigaretta fatta da lui, Sonia una Camel Blue.
Sonia e Alessio erano coetanei e avevano alle spalle lo stesso percorso universitario, nello stesso ateneo, La Sapienza, ma non avevano mai seguito uno stesso corso: Sonia era stata una macchina perfetta di costanza e perseveranza, già da diversi anni insegnava con regolarità e aveva un’auto tutta sua, una casa tutta sua ecc. Aveva seguito le istruzioni insomma, senza lasciarsi mai sviare, mentre Alessio, dispersivo e scostante, sempre dietro a un’idea, a un sogno, alla sua infruttuosa vocazione letteraria, tutto concentrato nel presente e senza un piano, senza una visione, aveva iniziato tardi gli studi e li aveva conclusi tardissimo, scegliendo la strada più complicata, quella della scrittura. Così, mentre Sonia a trent’anni, trentatré per la precisione, aveva molto, se non addirittura tutto, Alessio non aveva niente, e niente gli importava di non avere niente. I suoi interessi e i suoi scopi non erano quelli delle persone comuni (con questo non voglio certo dire che fosse speciale, semplicemente era diverso, perché vi sembrerà strano, ma, sì, si può essere diversi anche in questo mondo di uniformi, e, forse vi sorprenderà scoprirlo, ma anche Sonia era diversa, altrimenti, parliamoci chiaro, non avrebbe mai chiesto ad Alessio di uscire).
E dunque eccoli qui, Sonia e Alessio, dopo il loro primo caffè, seduti su una panchina in riva al mare sotto un cielo velato e un sole pallido, malsano, la sigaretta tra le dita. Sonia si chiede se sia giusto fare ad Alessio quella richiesta che le ronza nella testa dal primo istante in cui ha notato il suo sguardo. Alessio tenta di raccogliere elementi utili per decifrare il mistero che gli siede accanto.

III

– Parlami di lei, – disse infine Sonia, guardando Alessio negli occhi. Sì, aveva deciso di avanzare la sua richiesta, nonostante i rischi, di cui era perfettamente consapevole.
– È così evidente? – domandò Alessio dopo un istante di esitazione, sorridendo, di un sorriso triste, arreso, uno di quei sorrisi desolati che nascono dal dolore e nascondono una lacrima.
– Non so se sia evidente a tutti, ma a me lo è. Nel tuo sguardo ho notato subito una presenza, o meglio, un’assenza, il ricordo doloroso di una donna che è stata importante per te, e che ora non c’è più, ma vorresti che ci fosse ancora. Ne ho avuto la conferma leggendo il ciclo di poesie di Michelstaedter dedicato a Senia. Quelle poesie avresti potuto scriverle tu, lo vedo nel tuo sguardo. Come si chiama la tua Senia?
– Melissa, – rispose Alessio, il collo spezzato, gli occhi scaraventati a terra, sul marciapiede coperto di sabbia.
– Melissa… – ripeté Sonia sottovoce, come se tentasse di costruire attorno al nome una figura, una persona, come se volesse vederla davanti ai propri occhi la Senia di Alessio. – Descrivila, come la vedi ora, – disse ad Alessio, lo sguardo concentrato tutto in un punto, in quel vuoto che di colpo sarebbe stato colmato dall’immagine di Melissa se Alessio avesse acconsentito a raccontargliela.
Alessio alzò gli occhi da terra e li puntò dritti davanti a sé. Guardava il mare, ma non lo vedeva. Guardava il mare e vedeva lei, Melissa, così come l’aveva vista l’ultima volta, quasi un anno prima.
– Melissa ha più o meno la tua stessa statura e un corpo essenziale come il tuo, uno di quei corpi che non risultano mai volgari e che il tempo sembra preservare. Sembra incredibile che un fisico di questo genere possa ospitare un’altra vita, non sembra averne lo spazio.
– Aspetta, – lo interruppe Sonia, che vedeva formarsi nella sua mente e nel suo sguardo, a poco a poco, la figura di Melissa, facilitata dalla loro somiglianza fisica, – Melissa ha un figlio?
– Sì, una bambina. Se non ricordo male, tra qualche giorno compirà quattro anni.
– Non me l’aspettavo. Quanti anni ha?
– È nostra coetanea.
– Naturalmente la bambina non è tua.
– No.
– Continua pure.
– Melissa ha lunghi capelli neri, lisci, e gli occhi scuri, in genere protetti da grandi occhiali tondi. Le labbra sono abbastanza carnose e ha una pelle bianchissima, che si colora facilmente al sole. Non l’ho mai vista ridere, ma quando sorride sembra che si vergogni di farlo, distoglie lo sguardo e si porta una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Quando c’è qualcosa che la turba sospira con le labbra socchiuse e allarga leggermente le narici. È timida, riservata, schiva, di poche parole, introversa, come me. È vestita semplicemente: indossa una t-shirt rosa, pantaloni neri e sneakers dello stesso colore della t-shirt. Porta uno zaino nero sulle spalle e fuma una sigaretta fatta da lei.
– Era vestita così quando vi siete visti l’ultima volta, giusto?
– Giusto.
– E dove state andando?
– La sto accompagnando alla stazione Termini. Il sole è sorto da poco. Giugno è iniziato da pochi giorni e la temperatura è fresca, gradevole.
– Dove la porta il treno?
– La riporta a casa, a Torino.
– Ecco dunque la tua Senia, – disse Sonia tornando a guardare Alessio. – Devi amarla moltissimo.
– Non so se sia lecito parlare d’amore, non credo.
– Perché?
– Perché si ama in due.
– Lei non ti amava?
– Mi ha amato, forse, ma solo per un momento, e non è bastato, non per lei almeno. Melissa era… forse lo è ancora e lo resterà per sempre, la donna che ho sempre sognato, che ho cercato ovunque, la mia donna, nel senso leopardiano dell’espressione. La tragedia è che il caso me l’ha fatta incontrare troppo tardi, a giochi fatti. Se ci penso, mi sembra impossibile che sia sposata con un altro uomo… È come se la vita avesse voluto invalidare il destino. Del resto, non sono mai andato d’accordo con la vita, non l’ho mai amata e forse, attraverso Melissa, si è vendicata di me, suo acerrimo nemico.
Alessio aveva pronunciato quest’ultima frase, evidentemente ironica, con un sorriso amaro. Assecondare Sonia, affrontando apertamente un tema che lo addolorava nel profondo, che lo irretiva e svuotava, era il suo modo di ricambiare la considerazione che gli dimostrava colei che gli sedeva accanto, e che proprio non riusciva a comprendere. Perché Alessio non era mai stato un campione di autostima, e men che mai dopo la separazione da Melissa, che aveva distrutto in lui la fiducia in se stesso e negli altri. Era certo che non ci sarebbero stati altri incontri con Sonia, che lei lo avrebbe lasciato andare subito, come tutti, e anche per questo motivo aveva deciso di non sottrarsi alle sue richieste, che Sonia peraltro sembrava avanzare non per una semplice, frivola curiosità, ma per un reale e profondo interesse, che forse Alessio neppure notava in quel momento. Del resto, come avrebbe potuto? Per rispondere alle domande di Sonia era costretto a immergersi completamente nel proprio dolore, perché è lì che si trovavano le risposte. Di mentire, di dissimulare, d’inventare Alessio non era mai stato capace. Se decideva di parlare, di uscire dal suo silenzio ostinato, non sapeva fare altro che dire la verità.
– Scommetto che porti sempre con te qualcosa che la ricorda, una foto, un oggetto, una lettera, – disse Sonia.
– Come fai a saperlo? – domandò Alessio, stupito, aggrottando le sopracciglia.
– Credo sia abbastanza naturale. Se fossi in te, anch’io porterei sempre con me qualcosa che ricordi la persona amata, come una sorta di amuleto.
Alessio tirò fuori dalla tasca interna della giacca un oggetto di carta, racchiuso in una piccola busta di plastica.
– È un segnalibro origami fatto da Melissa per me, – spiegò Alessio sfilando l’oggetto dalla bustina e porgendolo a Sonia, che lo prese con cura, come se si trattasse di un’antica reliquia dal valore inestimabile.
– Forse sarebbe più sensato, – continuò Alessio, – portare con me una sua foto, ma, anzitutto, non sono ancora in grado di sostenere la sua immagine, se non riprodotta dalla mia mente, in secondo luogo, questo piccolo oggetto è una sorta di rappresentazione plastica della sua personalità, che coniuga precisione, tecnica e creatività, infine, il fatto che lo abbia fatto con le sue mani per me, pensando a me, me lo rende particolarmente caro.
– Nel momento in cui smetterai di conservarlo come una reliquia e tornerai a utilizzarlo come segnalibro, avrai compiuto un bel passo in avanti nel processo di elaborazione del trauma, – disse Sonia restituendo l’origami ad Alessio.
– In effetti, da qualche giorno ho ricominciato a utilizzarlo come segnalibro, – confessò Alessio, ancora una volta con stupore.
– Presto dimenticherai di portarlo con te e allora capirai di esserti riconciliato con Melissa, con il suo ricordo, che non ti farà più soffrire come prima. Allora sarai pronto per innamorarti di nuovo.
– Ne dubito.
– Non abbiamo alcun potere sull’amore, Alessio, sei abbastanza sensibile e intelligente per saperlo, – disse Sonia quasi con severità.
Alessio decise di non replicare, convinto che spiegare le sue ragioni sarebbe stato tempo sprecato. Era convinto che Sonia non potesse capirlo, come nessun altro essere sulla faccia della terra.
– Come vi siete conosciuti? – domandò Sonia interrompendo quel silenzio di cui intuiva la ragione. Temeva di essere stata troppo precipitosa, come le accadeva spesso. Doveva essere più cauta con Alessio, di cui vedeva la devastazione, se voleva conquistare la sua fiducia. Doveva essere lui a parlare in quel momento, a mostrare, illuminare il suo dolore, soltanto dopo avrebbe permesso a Sonia di stare davvero al suo fianco e di confortarlo, di rialzarlo. Ogni trauma ha i suoi tempi, che possono essere più o meno lunghi, ma vanno necessariamente rispettati, altrimenti si corre il rischio di inasprirli e renderli irreversibili.
– Conobbi Melissa… – iniziò Alessio.

IV

Era la prima volta che Alessio raccontava a qualcuno la sua storia con Melissa. Aveva iniziato adagio, con incertezza, interrompendosi spesso, come cercando le parole più giuste, o forse meno sbagliate, poi via via si era sciolto, rievocando particolari che fino a quel momento credeva di aver dimenticato, e citando intere frasi di Melissa. Fatto strano, non provava dolore rievocando quella triste storia, anzi, parlandone provava come una sottile soddisfazione. Dopo mesi e mesi di silenzio e di oscurità, tornava a percepire il buono della sua storia con Melissa, quel buono che, a sua insaputa, aveva resistito nel fondo di se stesso nell’ultimo anno, nonostante tutto. Sonia, che nello sguardo di Alessio notava tutto ciò e ne sorrideva, ma di un sorriso interiore, invisibile all’esterno, lo ascoltò con attenzione, senza interromperlo mai.
– E dopo? – domandò Sonia quando Alessio ebbe finito di raccontare la sua storia.
– E dopo il silenzio, la nausea e il vuoto, un vuoto immenso, la totale perdita di fiducia in me stesso e negli altri, nella possibilità di una comunicazione e di una corrispondenza profonde e autentiche con l’altro, il dolore, la solitudine, la disperazione come realtà effettive e irreversibili, – rispose Alessio d’un fiato, rabbuiandosi di colpo, lo sguardo cupo scaraventato a terra.
In quell’istante Sonia comprese davvero quanto Alessio avesse sofferto negli ultimi mesi, e quanto soffrisse ancora. Senza rendersene conto, con quelle ultime parole, espresse con un tono di voce arreso, quasi funereo, Alessio aveva illuminato di una luce pura il suo dolore, permettendo a Sonia di osservarlo in ogni minimo dettaglio. E come se volesse afferrarlo quel dolore, farlo anche suo, Sonia prese la mano di Alessio, stringendola con calore. Lui si voltò verso di lei, sorpreso da quel gesto silenzioso, e incontrando il sorriso discreto e comprensivo di Sonia provò una sensazione di sollievo che gli aprì qualcosa dentro, una fessura dalla quale s’insinuarono all’istante un raggio di sole e un alito di vento, che purificarono la sua angusta interiorità, costretta da mesi, come una cantina abbandonata, al buio e alla stessa aria pesante. Alessio fece un respiro lungo, profondo e gli sembrò di tornare a respirare liberamente, a pieni polmoni dopo un intero anno di apnea.
Sonia avrebbe voluto rassicurare Alessio, consolarlo, ma il timore di infrangere quell’istante di tacita armonia la fece desistere. Per il momento andava bene così, molti e significativi passi in avanti erano già stati fatti.
– Ti andrebbe di fare una passeggiata in spiaggia? – domandò Sonia.
– Volentieri, – rispose Alessio, e i due lasciarono la panchina.
Prima di mettere piede sulla sabbia, Sonia tolse scarpe e calzini e invitò Alessio a fare lo stesso, ma lui disse no. Non aveva voglia di sporcarsi i piedi.

V

Vedendola camminare a piedi nudi sulla sabbia, Alessio si rese conto per la prima volta di quanto fosse bella Sonia, e provò quasi vergogna a starle accanto. E si rese conto per la prima volta di quanto Sonia somigliasse a Melissa. Sì, i tratti del viso erano molto simili, ma come più tenui, più… giovani. Sonia sembrava Melissa ragazza, prima di diventare moglie e madre. I capelli poi, nel taglio e nel colore, erano gli stessi, come anche gli occhi. Alessio provò una sorta di vertigine… Gettò uno sguardo ai piedi di Sonia, coperti di centinaia di granelli di sabbia iridescenti, e pensò che i piedi di Melissa, che non aveva mai visto, dovevano essere proprio così, piccoli come le mani. Alessio viveva una delle fantasie ricorrenti durante il suo rapporto con Melissa: passeggiare al suo fianco su una spiaggia deserta, lei a piedi nudi come Sonia, con gli stessi piedi piccoli di Sonia. Avrebbe voluto inginocchiarsi e baciarli quei piedi. Si domandò se non fosse un sogno… e non un sogno qualunque, ma l’ultimo, dolcissimo sogno prima di scomparire nel nulla. Alessio spostò lo sguardo alle spalle di Sonia, alle sue impronte impresse sulla sabbia. Erano piccole e leggere, simili a quelle di un bambino. Avrebbe voluto portare con sé ogni singolo passo di Sonia, che in quel momento si confondeva, nella sua testa, con i passi di Melissa, a tal punto che distinguere tra i due gli era impossibile.
Non soltanto nei passi Sonia aveva qualcosa d’infantile. L’intera sua persona trasmetteva una sorta di fanciullesca vitalità che metteva di buonumore, e soltanto ora, vedendola camminare accanto a sé, Alessio se ne avvedeva. Sonia sembrava molto più giovane, una ragazzina, e osservandola Alessio si domandava come potesse tenere testa a un’intera classe di adolescenti in divenire. La immaginava in mezzo ai suoi alunni e gli sembrava lei stessa un’alunna. Soltanto la posizione in classe, in cattedra o alla lavagna, permetteva ad Alessio di distinguerla dagli alunni. Alessio che ignorava il modo d’insegnare di Sonia, non in cattedra o alla lavagna, ma tra gli alunni. Ogni giorno Sonia macinava chilometri nelle aule, e lo stesso avrebbe fatto Alessio se avesse avuto la vocazione dell’insegnamento.
– Il tuo colore preferito? – domandò Sonia dopo qualche minuto di silenzio.
– Il blu, ma il blu scuro, notturno, molto vicino al nero. Il tuo?
– Il verde, mi trasmette serenità. I tuoi odori preferiti?
– L’odore della pioggia, dell’erba appena tagliata, dei primi camini accesi. I tuoi?
– L’odore del bucato, dei vecchi libri dalle pagine ingiallite, del caffè. Le cose che ti piacciono di più, che ti danno maggiore soddisfazione?
– Addormentarmi cullato dal suono della pioggia, leggere un libro che mi esalti e mi sconvolga, scrivere una pagina fatta bene, così bene che potrebbe essere l’ultima, coltivare la terra. Quand’ero giovane amavo correre, macinavo chilometri e chilometri, andavo avanti senza pensare di dover tornare indietro. La corsa era uno sfogo straordinario.
– Io amo insegnare, nuotare, camminare, leggere le poesie dei crepuscolari, visitare un posto che desideravo vedere da tanto tempo, fare l’amore. A proposito, devo confessarti che mi stupisce il fatto che tu non abbia menzionato il sesso.
– Perché non ho mai fatto l’amore, – rispose Alessio, rabbuiandosi di colpo.
– Mai?
– Mai. Ho avuto soltanto rapporti sessuali, fugaci, effimeri, fine a se stessi. Non so cosa significhi fare l’amore con la persona amata, e credo che non lo saprò mai.
Sonia rimproverò se stessa per quell’improvvida osservazione sull’amore. Comprese di essersi spinta troppo oltre, troppo in fretta. Alessio era un essere fragile, da maneggiare con cautela.
– Come ti definiresti? – proseguì Sonia dopo qualche istante di pausa. Sottoponeva ad Alessio una sorta di questionario improvvisato, ideato sul momento, per conoscerlo meglio.
– Bella domanda. Mi definirei… uno sfigato.
– Dai, – protestò Sonia, colpendo Alessio con il gomito.
– Un uomo superfluo, – corresse il tiro Alessio.
– Così va meglio. E che cos’è un uomo superfluo?
– Un uomo socialmente inutile, che non ha nessuna delle qualità richieste dal proprio tempo, che si perde dietro a un’idea o un sogno, che fa della contemplazione il suo stato dominante, che è tutto concentrato nelle questioni dello spirito. Un uomo che ha studiato non per garantirsi un avvenire, ma per seguire la propria passione, la propria vocazione, che ha scritto tesi di laurea su Kleist e Michelstaedter, dandosi persino la pena d’imparare il tedesco per farlo, che spende i pochi soldi che ha in tabacco e libri, che non prova alcun interesse verso la vita comune e quei beni materiali che tutti si affannano di possedere. Ecco cos’è, più o meno, un uomo superfluo.
– Hai coniato tu quest’espressione?
– No, è di Turgenev, ed è stata poi adottata dalla critica per definire molti dei personaggi della letteratura russa dell’Ottocento.
– Io credo che dovresti finalmente imparare il russo, vista la tua passione immensa per questa grandiosa letteratura. Sei ancora in tempo.
– Lo credo anch’io, ma non sono certo di avere la costanza e la voglia necessarie per farlo. Tu, invece, come ti definiresti?
– Dipende dal momento. Ora, accanto a te, su questa spiaggia, mi definirei una donna… dell’utopia, sì, e della speranza, soprattutto della speranza. Nonostante tutto, credo ancora che sia possibile cambiare le cose, ed è questa convinzione a spingermi ogni giorno ad andare in classe e tentare di mostrare qualcosa d’interessante ai miei ragazzi, di scuoterli, di rivelare loro l’esistenza di qualcosa di più profondo e intimo.
Quelle parole di Sonia rivelarono ad Alessio quanto fossero distanti, praticamente agli antipodi. Mentre Sonia era una donna dell’utopia, della speranza e credeva nel cambiamento, Alessio era sprofondato da mesi nella disperazione e non intendeva uscirne, temendo di tornare a soffrire. Non voleva aggiungere un ulteriore dolore a quello dovuto al semplice fatto di essere, di esistere, non più, e si domandò cosa ci faceva, lui, al fianco di Sonia. Rabbuiatosi di nuovo, le disse che per lui era giunto il momento di andare.
– Va bene, andiamo, ma sappi che non ti libererai tanto facilmente di me, – lo minacciò Sonia, comprendendo che in Alessio qualcosa si era incrinato di colpo, e che sarebbe stato inutile, controproducente trattenerlo contro la sua volontà.
Prima di separarsi, Sonia costrinse Alessio a lasciarle il suo numero di telefono. Alessio non comprendeva la sua ostinazione. Credeva che lei volesse salvarlo, ma senza dargli, come tutte le altre donne della sua vita, l’unica cosa di cui aveva bisogno: l’amore.

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