Solitudini – Racconti – Il disertore – XIII-XIV

XIII

Sono libero finalmente. Libero… Quanto tempo sono stato in gabbia? Settimane? Mesi? Persino anni? Non lo so, non ho contato i giorni, non sarebbe servito a niente. È stato molto più utile riviverli, i miei giorni.
Sì, sono libero… C’è la luce del sole a illuminarmi, il leggero e fresco vento primaverile ad accarezzarmi. Ecco come è andata.
Me ne stavo sdraiato sulla brandina, immerso, come al solito, nel ricordo, quando ho sentito uno sguardo terribile su di me. Me lo sono sentito proprio addosso, tanto era terribile e feroce. Credo che gli animali debbano provare una sensazione simile quando si ritrovano faccia a faccia con i loro predatori. Risuonavano le sirene, continue, incessanti, martellanti e in lontananza si sentivano colpi di artiglieria pesante, ora più vicini, ora più lontani. Nel comando regnava un silenzio assoluto, tutti si erano rifugiati nei sotterranei, ma, evidentemente, non ero il solo a essere rimasto in superficie. C’era anche quello sguardo terribile, da fiera in superficie con me, e mi fissava. Per un istante ho pensato che, approfittando dell’assenza dei soldati, un lupo poteva essere entrato nel comando, spingendosi fino alla mia gabbia. Mi sono voltato verso quello sguardo e ho visto il comandante davanti alla mia cella. Ho impiegato qualche secondo per riconoscerlo: era cambiato molto dall’ultima volta che lo avevo visto, era invecchiato molto, si era come svuotato e rinsecchito. Sul volto stravolto dal dolore, dalla rabbia e dall’odio, il volto di un uomo completamente in balia dei propri demoni, erano comparse moltissime, innumerevoli rughe, lunghe e profonde come solchi. Sembrava che le lacrime versate per la morte del figlio gli avessero scavato la faccia, sfigurandola per sempre.
Mi sono alzato dalla brandina e con cautela mi sono avvicinato al comandante. Mi sono aggrappato con entrambe le mani alle sbarre e l’ho guardato dritto negli occhi. Lui ha digrignato i denti, come un cane. La mia vista gli dava i nervi. Allora perché era venuto da me? Per sfogare tutto il proprio dolore, la propria rabbia e il proprio odio. E se un razzo avesse colpito in quel momento il comando, tanto meglio, avrebbe messo fine a quello strazio.
– Mi dispiace per Igor, era un bravo ragazzo, – ho detto.
Negli occhi del comandante ho visto brillare rancore e ira, come se lo avessi ucciso io suo figlio e con le mie condoglianze mi prendessi gioco di lui.
– Voi… Voi… Non osate nominarlo, – ha balbettato il comandante schiumando rabbia.
Era davvero irriconoscibile. La morte del figlio lo aveva distrutto, rendendolo un rottame d’uomo. Distogliendo per un istante lo sguardo dal suo volto stravolto, ho notato che in mano teneva una pistola. Me l’ha puntata contro, con grande difficoltà, rischiando di farla cadere. Il braccio gli tremava. Sono rimasto impassibile. Allora lui, furioso per la sua debolezza e la mia noncuranza, si è avvicinato alle sbarre e ha appoggiato la canna della pistola proprio sulla mia fronte. Anche la mano gli tremava. Io continuavo a guardarlo negli occhi, senza reagire. Il contatto con il ferro gelido della pistola mi aveva provocato un lungo brivido, ma non avevo paura. A cosa sarebbe servito avere paura? Se doveva finire così, che finisse pure così. Non potevo farci niente, non avevo alcuna possibilità di difendermi.
– Potete uccidermi, signore, nessuno vi punirà mai per questo crimine, lo so, ma la mia morte non riporterà in vita vostro figlio, – ho detto con calma, scandendo le parole.
– Voi… Voi… Non avete alcun diritto di… di… – ha balbettato il comandante, mentre la mano gli tremava sempre di più.
All’improvviso il comandante ha spostato la pistola dalla mia fronte e ha fatto fuoco, contro la parete della cella. Dopo lo sparo mi è sembrato che avesse perso di colpo tutte le energie. È diventato pallidissimo e il tremore si è diffuso a tutta la sua persona. Ho visto i suoi occhi riempirsi di lacrime. Ha lasciato cadere l’arma a terra, ha preso la chiave della gabbia, l’ha aperta, non senza difficoltà, ed è andato via, senza dire una parola. L’ho visto allontanarsi a testa bassa. Ho pensato di andargli dietro e ringraziarlo, ma non l’ho fatto. Se avesse cambiato idea? Da un uomo disperato ci si può attendere di tutto.
– Maestro! – mi è giunta la sua voce lontana. – Fuggite da questo inferno, finché siete in tempo!
– E voi riparatevi nel sotterraneo! – ho risposto.
– A cosa servirebbe? Andate ora!
La voce del comandante mi giungeva da lontano, come se non fosse già più di questo mondo e mi parlasse da un’altra dimensione, ultraterrena, gridando per farsi sentire.
Ho lasciato il comando di corsa. Le sirene rimbombavano, io correvo senza voltarmi. Avevo percorso più o meno un chilometro quando una forte esplosione è risuonata alle mie spalle. Mi sono fermato di colpo, impietrito dal boato, ho voltato lo sguardo e ho visto il comando ricoperto da una fitta nube nera. L’edificio era stato colpito in pieno da un missile, o da qualcosa del genere. Il comandante mi aveva salvato la vita e, molto probabilmente, aveva perso la sua. Era stata una questione d’istanti, come sempre nella vita. Il caso mi aveva risparmiato.
Sono corso subito al villaggio, dove mi trovo ora. Il mio villaggio non esiste più. Hanno distrutto tutto. Persino il grande ciliegio della scuola, sul quale io e Vera abbiamo vissuto alcuni dei momenti più importanti della nostra storia, è stato sventrato. Ora giace a terra, spaccato a metà. Era in fiore… Dalle macerie della scuola ho visto spuntare una gamba. Ho scavato a mani nude: era il cadavere dello Scorbutico. L’ho tirato fuori dalle macerie e l’ho sepolto accanto a quello che resta del suo amato ciliegio.
Non è giusto… Ho avuto la tentazione di scrivere non è umano, e invece è tutto così dannatamente umano, troppo umano… Quale altro essere vivente sulla faccia della terra sarebbe capace di compiere un tale disastro? Soltanto l’uomo ha questa assurda capacità distruttiva. Dinanzi a questo scempio mi vergogno di essere un uomo. Ma che senso ha distruggere le scuole, gli ospedali, le case? Che senso ha colpire gli innocenti, uccidere un bidello, un medico o una vecchia donna rimasta nella propria casa perché sola e troppo debole per fuggire? Perché questa violenza cieca, sommaria, inutile? Perché? Io davvero non capisco… Per quanto mi sforzi di comprendere, non ci riesco. Forse è un mio limite. In queste macerie vedo soltanto la ferocia gratuita dell’uomo, la sua maledetta sete di sangue e di distruzione. Come potrebbe esserci altro? Dinanzi a questa distruzione immotivata e crudele, si perde ogni fiducia nel genere umano, credetemi, e per un insegnante come me è doloroso ammetterlo. No, nell’uomo non c’è giustizia, non c’è mai stata e non ci sarà mai. E come reagisce l’umanità dinanzi a questi massacri? Eterna nei libri di storia i nomi dei criminali che li hanno perpetrati… L’umanità ricorda e gratifica gli assassini, i capi di stato, i generali, quando dovrebbe condannarli tutti senza appello. Chiunque abbia nelle proprie mani il destino di milioni di persone è un criminale e prima o poi rivelerà la propria natura criminale. Dovremmo ricordare i nomi delle vittime, dello Scorbutico e della vecchia spazzata via insieme alla propria casa, di tutte le vittime, non degli assassini. Dei nomi delle vittime, dei loro volti, delle loro storie dovremmo tappezzare le nostre strade, le nostre scuole, le nostre case affinché simili orrori non si ripetano. Ma non ci sono più strade, scuole, case nel mio villaggio e questi orrori non smetteranno mai di ripetersi. Soltanto quando il genere umano sarà estinto l’universo sarà finalmente libero dalla violenza e i fiumi di sangue che scorrono da secoli su questa povera terra si prosciugheranno. È forse lontano il tempo dell’estinzione dell’uomo? A giudicare da ciò che in questo momento ho davanti agli occhi e che ti auguro, Annina mia, di non vedere mai, no, non è lontano quel tempo.
Annina mia, dinanzi a queste macerie, dinanzi a questa distruzione assurda, senza senso e senza nome, io, tuo padre, mi domando come abbia potuto metterti al mondo, come abbia potuto gettarti in questo inferno, come abbia potuto essere così incosciente ed egoista… Ma tu, Annina mia, sei frutto dell’amore, non della morte e della distruzione, di un amore immenso, senza tempo, capace di resistere a tutto. È in buona fede, con amore, che io e tua madre ti abbiamo concepito, felici di averlo fatto. Se un giorno dovrai fare i conti anche tu con la ferocia dell’uomo e della Storia, perdonami Annina: io e Vera, tua madre, abbiamo solo tentato di migliorare il mondo, e noi stessi, e le nostre vite, e il nostro amore concependoti. L’uomo è senza dubbio il peggiore essere vivente mia esistito sulla faccia della terra, ma ciò non significa che tutti gli uomini siano degli assassini e dei criminali. Noi non lo siamo, Annina: non lo sono io, tuo padre, non lo è Vera, tua madre, non lo sono le persone che ti hanno accolto nella loro casa e non lo erano i tuoi nonni. Spero che questi fogli te lo dimostrino.
Ah… il dolore e la rabbia e l’odio mi fanno straparlare.
Della mia, della nostra casa, come di tutte le altre case del villaggio, non resta più niente ed è un colpo al cuore. Distruggendo la mia casa, è come se avessero distrutto una parte di me, della mia vita, della mia storia. Mi fa male la mano, talmente stringo forte la penna, con rabbia… Le pareti sbriciolate della mia casa giacciono ai miei piedi e… e… Non riesco ad andare avanti. Mi sembra di vivere un incubo, di scrivere da un incubo.
Tra le macerie della mia casa ho trovato un peluche di Annina, un orsacchiotto, sporco e bruciacchiato. Lo porterò con me e lo riconsegnerò ad Annina.
Sento un nodo stringermi alla gola e le lacrime riempirmi gli occhi. Non è giusto… Che diritto avevano di farci questo? Di stravolgere le nostre vite, di separarci dai nostri cari, di distruggere le nostre case, le nostre storie, le nostre esistenze? Perché? Che cosa gli abbiamo fatto di male? Che siano… che siano… che siano maledetti! Che ogni loro soldato, e ogni loro generale, e il loro capo di stato muoiano tra i tormenti, senza quella pace benedetta riservata agli innocenti!
Ma basta, basta! Non posso lasciare che la rabbia e l’odio prevalgano su tutto il resto. Una casa è soltanto una casa. Ne costruiremo una nuova, e se non sarà qui, sarà da un’altra parte. Ciò che conta non è il luogo, non è la terra, ma la vita, e ancor più della propria la vita delle persone amate. Io sono vivo. Vera e Annina sono vive e questo solo ha importanza. Io non mi piegherò alla Storia, alla sua feroce e violenta logica. Io resisterò alla Storia e agli uomini, ai criminali che la scrivono, come ho sempre fatto sinora. Io resterò dalla parte degli innocenti, delle vittime e sono pronto a farmi ammazzare piuttosto che passare dalla parte dei carnefici. Non c’è pace nella morte dei carnefici.

XIV

Tendo l’orecchio. Sento Vera e Annina: mi chiamano. Aguzzo lo sguardo: le vedo recarsi ogni giorno al confine e attendermi, per ore e ore. Le vedo tornare a casa, al tramonto, deluse, affrante. Conosco Vera, so che non resisterà ancora molto a lungo alla tentazione di venirmi a cercare, mettendo a rischio la propria vita. Devo fare presto.
Io non sono soltanto un maestro di campagna. Io sono anche, e prima di ogni altra cosa, un marito e un padre, e sono vivo. Non ne sono mai stato così consapevole come in questo momento. Io riabbraccerò mia moglie e mia figlia.
Questa volta non mi prenderanno. Sarò veloce e scaltro come una lepre. Sono abbastanza forte, giovane e riposato per riuscirci.

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