Solitudini – Racconti – Il disertore – XI-XII

XI

Da qualche giorno hanno iniziato a suonare le sirene. Al suono delle sirene segue un via vai generale nel comando, tutti si riversano nei sotterranei. Io solo resto in superficie, dimenticato da tutti. In questi momenti regna un silenzio assoluto, interrotto di tanto in tanto da un’esplosione in lontananza. Mi metto in ascolto e attendo. A volte il silenzio dura ore e ore, a volte pochi minuti. Gli Invasori si avvicinano e ancora non so se per me sia un bene o un male.
Dormo poco, e le poche ore di sonno iniziano a essere funestate dagli incubi. Sogno tutti i miei alunni vestiti da soldati e spediti al fronte. Li vedo cadere uno a uno, colpiti e abbattuti dai nemici. Ci sono anche Denis e Nora tra loro, come se fossero resuscitati soltanto per essere ammazzati, di nuovo, in guerra. Prima di cadere si voltano tutti verso di me, spaventati, disperati. Mi chiedono aiuto, ma io non posso fare niente. Posso solo vederli morire.
Quando mi sveglio da questi incubi terribili cerco conforto nel ricordo. D’estate, quando la scuola è chiusa, nelle ore più calde della giornata io, Vera e Annina ce ne andiamo nel bosco in cerca di refrigerio. Ci sdraiamo a terra e ci addormentiamo osservando le chiome altissime degli alberi. Annina è sempre la prima a svegliarsi. Ci salta addosso e ci bacia. La sera, quando la mettiamo a letto, io e Vera le raccontiamo sempre una storia. La inventiamo sul momento. Ci guardiamo negli occhi e improvvisiamo. L’ultima storia che le abbiamo raccontato parlava di una bambina di nome Milena smarrita nel paese dei giganti. Sarebbe bello scriverle queste storie, per non disperderle. Forse ho ancora abbastanza tempo per farlo. Alla nostra gatta, Nana, abbiamo dedicato un vero e proprio ciclo di racconti. Anche Nana è partita quel giorno, con Vera e Annina. Annina la adora, e Nana adora lei. Dovunque vada Annina, Nana la segue, come se volesse proteggerla. Ma quando ce ne andiamo nel bosco, d’estate, Nana non viene. Credo che abbia paura. E poi ci siamo noi con Annina, sa che è al sicuro. Io e Vera la chiamiamo la Balia.
Trovai Nana pochi giorni dopo la nascita di Annina. Se ne stava accucciata sull’albicocco, spaventata, affamata e infreddolita. Anche lei aveva pochi giorni di vita, come la mia bambina. Mi arrampicai sull’albero, presi Nana, che non oppose resistenza, e la portai in casa. Le diedi da bere e da mangiare. Domandai a Vera se potevamo tenerla. Vera rispose di sì e così Nana restò con noi. Nel giro di pochi giorni la nostra famiglia era raddoppiata. Annina passa ore e ore ad accarezzare Nana, che non fa una piega. Spesso si addormentano insieme.
Ci sono momenti in cui i ricordi sono così vividi da sembrare visioni. In questi momenti mi sembra davvero di tornare indietro nel tempo e vivere quel particolare ricordo per la prima volta. Non mi era mai accaduto prima, forse perché, finora, non avevo mai avuto né il tempo né la necessità di ricordare. Vera e Annina erano lì, al mio fianco. Che bisogno c’era di tornare indietro nel passato? Ma ora che sono solo, ora che mia moglie e mia figlia sono lontane centinaia e centinaia di chilometri da me e la mia vita si è interrotta, spezzata, non posso fare altro che aggrapparmi al ricordo per non cedere alla disperazione, rievocarlo, cullarlo, preservarlo e imprimerlo su queste pagine.
Un grido, un grido improvviso e lacerante, disumano mi ha strappato la penna dalla mano. Mi sono messo in ascolto. Al grido è seguito un pianto sommesso e convulso, durato a lungo. Al primo soldato passato davanti alla mia gabbia ho chiesto cosa fosse successo.
– Il figlio del comandante è morto in battaglia, – ha risposto.
– Quale figlio?
– Igor, il primo.
Me lo ricordo Igor, come tutti i miei alunni, del resto. Era un ragazzo mite e di poche parole. Ci metteva più tempo degli altri ad arrivare, ma arrivava sempre. Aveva il proprio ritmo nella comprensione delle cose, come se una voce dentro di sé gli dicesse: “Tranquillo Igor, prendiamocela con calma, tanto non ci corre dietro nessuno”. Io rispettavo i suoi tempi e lo attendevo. Quando raggiungeva gli altri sorrideva, ed era un sorriso pieno di soddisfazione il suo.
– Bravo, Igor, non c’è fretta, – gli dicevo dandogli una pacca sulla spalla.
Dunque Igor non c’è più, è morto in battaglia, ed era suo padre, disperato, che gridava e piangeva in quel modo. Siamo tutti uomini… Ecco, se i prepotenti e i loro tirapiedi mettessero in pericolo le vite dei propri figli nelle guerre che scatenano, ci penserebbero su centinaia di volte prima di spargere distruzione e morte.
Chissà quanti altri ragazzi come Igor non ci sono più. Chissà quanti altri genitori hanno gridato e gridano come il comandante. Quel grido terribile, prolungato, più bestiale che umano, lo sentirò risuonare a lungo nella mia testa, ne sono certo.

XII

Non ricordo soltanto Vera e Annina, Denis, Nora e tutti gli altri miei alunni. Ricordo anche i miei genitori.
Mia madre si prendeva cura delle vecchie del villaggio rimaste sole, era una specie di infermiera, mio padre invece era un cacciatore. Mia madre mi ha insegnato la gentilezza, mio padre invece mi ha insegnato ad ascoltare e a vedere. Tutti sentono, ma pochissimi ascoltano. Tutti guardano, ma pochissimi vedono. Un cacciatore, se vuole sfamare se stesso e la propria famiglia, deve avere necessariamente queste due capacità. Io le ho apprese da mio padre andando a caccia con lui, sin da bambino. Mi piaceva uscire prima dell’alba, inoltrarmi nel bosco con mio padre e il suo cane, Boris, un bracco bianco macchiato d’arancio, intelligente e scaltro, passare ore e ore immerso nella natura, lontano da tutto e da tutti. Mi piaceva assistere tra gli alberi al sorgere del sole e ripararmi sotto i rami più bassi durante un temporale improvviso. Mi piaceva uniformare il mio passo e il mio respiro al passo e al respiro di Boris, fermarmi quando si fermava lui. Mi piaceva passare tutto quel tempo con mio padre, per lo più in silenzio, attendendo l’attimo giusto. Non mi piaceva invece imbracciare il fucile e sparare, e uccidere. Quando mio padre mi costringeva a prendere l’arma e fare fuoco, sbagliavo volutamente. Deluso dal mio fiasco, mio padre mi strappava il fucile dalle mani. Non mi piaceva deluderlo, anzi, mi faceva male vederlo scuotere la testa e domandarsi come fosse possibile.
– Io sono un cacciatore, tuo nonno era un cacciatore, e anche il tuo bisnonno. La caccia ce l’abbiamo nel sangue. Com’è possibile che tu non sappia sparare? – borbottava a denti stretti, guardando dritto davanti a sé.
Una volta gli dissi che facevo cilecca non perché non sapessi sparare, ma perché non volevo uccidere.
– Ah, è così? Però te la mangi la selvaggina, e con quanto gusto! – rispose mio padre al culmine dell’irritazione.
– Avrò preso da mamma, – tentai di difendermi.
– Speriamo solo da lei e non dalla sua famiglia, – replicò mio padre allontanandosi da me. Io abbassai lo sguardo, costernato, e non dissi più nulla.
Mio padre era un uomo di vecchio stampo. Parlava poco, non cambiava mai le sue opinioni e sembrava incapace di provare affetto e amore. Soltanto la mamma riusciva a strappargli un sorriso, e quando lo vedevo sorridere anch’io sorridevo, di gioia. Quei rari sorrisi erano la dimostrazione dell’amore di mio padre per mia madre e per me. Mia madre non gli avrebbe mai rimproverato il suo silenzio e il suo apparente distacco. Sarebbe stato sciocco aspettarsi di più da lui. Ecco un altro insegnamento di mia madre: dalle persone non aspettarti più di quello che possono dare; sforzati di conoscerle e non spingerti mai oltre i loro limiti, adegua le tue aspettative alle loro nature, ai loro caratteri, non il contrario. Mi diceva che è questo il segreto delle relazioni e il rimedio alle delusioni. Evidentemente mio padre, mettendomi il fucile in mano, mi attribuiva una natura e un carattere conformi alle sue aspettative, come fanno la maggior parte dei genitori con i loro figli, del resto. Per questo motivo restava deluso da me. Quando gli dissi che volevo iscrivermi all’università rispose con un sonoro «mah», ma non si oppose. Mia madre invece fu orgogliosa di me.
– Avrò un figlio laureato! Avrò un figlio laureato! – ripeteva in continuazione alle sue vecchiette, felice ed entusiasta. Sono contento di averle regalato questa soddisfazione. Ne avrebbe meritate molte altre. Sono contento che, prima di morire, abbia conosciuto Vera e Annina, perché Vera e Annina sono le due cose più belle che mi siano mai capitate. Vera e Annina impreziosiscono la mia esistenza, le danno un senso che, senza di loro, non avrebbe mai avuto. Meglio morire subito, in questo istante, che vivere, o meglio, sopravvivere senza mia moglie e mia figlia. Senza l’amore.
Quando comunicai a mia madre di aver superato il primo esame universitario con il massimo dei voti, lei mi rispose con queste parole: «Si vive anche di questo. Grazie, amore mio».
Mio padre morì durante una battuta di caccia. Fu un tragico incidente: un cacciatore, nella nebbia, lo scambiò per una preda e gli sparò addosso. Non ci fu niente da fare. Fortunatamente non ero con lui quel giorno. Forse non sarei stato capace di sostenere quel momento, se lo avessi vissuto in prima persona.
– Sono cose che capitano nel nostro lavoro, anche mio nonno è morto in circostanze simili. E poi, stavo iniziando a diventare vecchio, non sentivo e non vedevo più come una volta. Qualche anno fa non sarebbe mai accaduto. Ti lascio in buone mani, – disse mio padre a mia madre prima di esalare l’ultimo respiro. C’ero anch’io con loro nella stanza.
Da quel giorno mia madre iniziò come a svuotarsi. Dal suo viso scomparve la luce meridiana che lo caratterizzava, sostituita da una tenue luce crepuscolare, la luce di una vita che a poco a poco si spegne. Notando in mia madre questo triste cambiamento, compresi per la prima volta quanto amasse mio padre, quanto gli fosse necessaria la sua presenza.
– Sono felice, tesoro mio, felice di raggiungere tuo padre. Mi sta aspettando, – mi disse mia madre prima di morire.
– E non ti dispiace di lasciare me? – le domandai commosso e triste.
– Ma tu ora hai Vera e Annina. C’è un tempo per ogni cosa, tesoro mio, lo sai, – rispose mia madre sorridendo.
«Ma tu ora hai Vera e Annina»: quante volte, da quando sono in gabbia, mi sono tornate in mente queste parole! Io ho loro, io sono loro, e loro chi hanno? Loro hanno me, me e nessun altro. È ancora troppo presto per lasciarle. Il tempo della separazione verrà, è inevitabile, ma non ancora. No, non ancora.

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Informazioni su Simone Germini

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma La Sapienza, dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi «Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist», pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi «Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter». Dal 2012 al 2018 sono stato caporedattore del blog «Freemaninrealworld». Insieme con Lorenzo Pica, Raffaele Rogaia e Marco Zindato ho fondato il sito iMalpensanti.it. Sul blog «Bazzecole» i maldestri tentativi di scrittura creativa. Per info e contatti simonegermini@yahoo.com.

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