Solitudini – Racconti – Il disertore – VIII

VIII

Non mi pesa troppo stare in gabbia. Non mi pesa troppo perché, in fondo, ovunque mi trovassi senza mia moglie e mia figlia sarebbe come stare in una gabbia. Senza di loro anche la mia casa e la mia scuola mi sembrerebbero delle prigioni.
Il tempo si è come sospeso, interrotto. Da quando sono qui dentro vivo un unico, interminabile giorno. Non vedo il sole sorgere, non lo vedo tramontare, non vedo la notte, la luna, le stelle e sapere che fuori da queste quattro mura i giorni scorrono uno dietro l’altro come sempre, che la natura indifferente fa il suo corso non mi serve, non mi aiuta a niente. Un uomo è anzitutto ciò che vede, ciò che sente e io non vedo e non sento più niente. La mia vita si è spezzata e con essa la mia esistenza. Sono in un limbo, in attesa di capire quale sarà il mio destino.
Il tempo non c’è più e non provo noia. Queste pagine non mi servono ad ammazzare il tempo perché il tempo è già morto qui dentro. Potrei benissimo evitare di scrivere. Scrivo soltanto per lasciare una testimonianza a mia figlia. Se non dovessi più vederla, spero che questi fogli le arrivino prima o poi, in un modo o nell’altro. Non voglio che sia qualcun altro a raccontarle la mia storia. Voglio essere io, per questo motivo scrivo.
Da quando sono in gabbia ho iniziato un taccuino nuovo. In quello vecchio ci sono appunti sulle lezioni che avrei dovuto tenere ai ragazzi in queste settimane. Li rileggo e ripasso le lezioni a mente, come se domani dovessi recarmi a scuola. Mi fa bene. Abbandonarsi alla disperazione non serve a niente. Mica mi salverebbe, la disperazione, anzi. Renderebbe tutto ancora più cupo, come se non lo fosse già abbastanza.
Un uomo costretto all’inattività, rinchiuso in una prigione o in un ospedale, volente o nolente si aggrappa al ricordo. Apre il cassetto della memoria e tira fuori tutto ciò che contiene. Molti dei ricordi che trova credeva di averli perduti per sempre ed è una bella sorpresa. È utile, di tanto in tanto, ripercorrere con la mente la propria vita, viverla una seconda volta. Il problema è che l’uomo s’immerge in questa attività sempre in situazioni estreme, drammatiche. Rivivere la propria vita aiuta a comprendere e chiarire molte cose, che fino a quel momento apparivano incomprensibili e oscure. Per esempio, io credo di aver capito solo adesso quanto sia stato fortunato. Ho avuto tutto ciò che desideravo, tutto ciò che volevo, dei genitori amorevoli, comprensivi, che mi hanno permesso d’inseguire i miei sogni, degli insegnanti sensibili, che non hanno mai represso le mie attitudini, una moglie sincera, intelligente e dolce, una figlia sana.
Ho avuto un’infanzia felice, spensierata e una giovinezza ricca. Ho conosciuto tante persone interessanti che mi hanno lasciato qualcosa. No, non posso proprio lamentarmi, e neppure della mia condizione attuale, forse. Ripenso a tutti i bambini e i ragazzi che in questi dieci, dodici anni sono stati miei alunni. Sono stati molti, ma li ricordo tutti. E che soddisfazione quando qualcuno di loro, alla fine del percorso scolastico, mi diceva di voler studiare all’università, di voler diventare un medico, o un veterinario, o un architetto, o un maestro, come me! Allora lo accompagnavo dai genitori e insieme li convincevamo a iscriverlo all’università. La soddisfazione era doppia quando si trattava di una ragazza. In questo caso dovevo faticare il doppio per convincere i genitori, ma non mi pesava, anzi. Che gioia vedere gli occhi della ragazza illuminarsi di piacere dopo l’insperato assenso dei genitori!
Nei miei dieci, dodici anni d’insegnamento ho vissuto anche momenti terribili. Ho visto morire due miei alunni… Il primo fu Denis, il ragazzo più coraggioso e forte che abbia mai conosciuto. È morto a tredici anni, dopo una caduta da cavallo. Era un orfano, aveva perso presto, troppo presto entrambi i genitori e viveva presso un’anziana parente, una prozia o qualcosa del genere. Quanto mi faceva penare! Era intollerante non tanto alla scuola e allo studio, quanto all’immobilismo, all’inattività fisica. Non riusciva a stare fermo per più di un’ora. Magari per la prima ora se ne stava seduto in classe, facendo visibilmente uno sforzo enorme, contorcendosi sulla sedia, sbuffando, poi all’improvviso scompariva dalla scuola. Corrergli dietro era inutile. Se ne andava sempre da un allevatore di cavalli, dove lavorava il pomeriggio. I cavalli erano la sua passione, sin da bambino, e come li cavalcava! Con quanta abilità e destrezza! Era uno spettacolo vederlo.
Denis non aveva conosciuto il padre, morto in un incidente sul lavoro quando lui aveva pochi mesi, ma la madre sì, l’aveva conosciuta, e c’erano dei momenti in cui la ricordava con una chiarezza maggiore del consueto, fino a rivederla in carne e ossa davanti ai propri occhi. Allora il suo volto, solitamente duro, spigoloso, adombrato, si distendeva, si addolciva, illuminato da una luce purissima che, sgorgata dal cuore, improvvisamente colmo d’amore, si rifletteva all’esterno. I suoi tratti sempre tesi si distendevano e Denis sorrideva, di un sorriso inconsapevole che rivelava una bellezza interiore difficilmente immaginabile.
Dopo l’incidente a cavallo, andavo a trovare Denis tutte le sere. Il dottore commise l’imprudenza di farsi sentire dal malato quando pronunciò la terribile sentenza: la morte o la paralisi permanente.
– Meglio morire, maestro, che restare immobile su una sedia per tutta la vita. Non farò niente per sopravvivere, – mi disse Denis il giorno prima di morire. Non fui capace di rispondergli. Comprendevo la sua scelta e, in fondo, la approvavo.
– Finalmente rivedrò mamma e potrò riabbracciarla, – mi disse il giorno dopo, con un filo di voce, appena un’ora prima di esalare l’ultimo respiro. Gli presi la mano e… piansi.
Dunque l’ultima volta che ho pianto, prima della partenza di mia moglie e di mia figlia, non fu da bambino… Me l’ero dimenticato.
La morte di Denis fu un duro colpo, lo ammetto. Tutti i miei alunni sono come dei figli per me, credetemi, soprattutto quelli come Denis, privati troppo presto dell’affetto dei cari. Io non credo nell’aldilà e non credo che Denis, dopo la sua dipartita, abbia riabbracciato la madre, ma questo pensiero lo ha riconciliato con la morte e va bene così. Questo solo ha importanza.
Nora era più grande di Denis, aveva diciotto anni. Una malattia improvvisa se l’è portata via in poco tempo. Una febbre altissima l’ha consumata come una candela nel giro d’una settimana. Il ricordo della sua morte ancora oggi mi strazia il cuore. Non smetterà mai di straziarlo, finché sarò vivo.
Sembrava una banale influenza. Nora stessa all’inizio non era preoccupata. Per andare a scuola passavo davanti alla sua casa, bussavo e chiedevo come stava. Il quarto giorno della sua malattia la madre mi comunicò che non c’erano progressi, anzi, che la febbre, invece di scendere, saliva, ogni ora di più. Il medico non sapeva più che cosa fare. Promisi alla madre che sarei ripassato dopo la scuola. Così feci. Mi permisero di entrare nella camera di Nora e ci lasciarono da soli. Era già molto debole, già quasi ridotta al lumicino, eppure quando mi vide i suoi occhi, i suoi grandi occhi castani, dilatati dalla febbre, brillarono. Era come se mi aspettasse, o meglio, come se sperasse di vedermi un’ultima volta prima di morire. L’inattesa realizzazione di questo desiderio le aveva fatto brillare gli occhi.
Spesso di una persona morta diciamo che si è spenta. Nora si stava spegnendo davvero. Bruciava e si consumava in fretta, ora dopo ora, come una candela che brucia da entrambi i lati. Vederla mi fece una grande impressione: era irriconoscibile. Nora era magra di suo; la febbre l’aveva resa pelle e ossa. Il suo volto grazioso, delicato, perfettamente proporzionato si era scavato e allungato, la fronte alta si era fatta ancora più ampia, le braccia, che sbucavano da sotto la coperta, sembravano rami secchi, avvizziti, morti.
Nora sapeva che stava morendo e che ormai non c’era più niente da fare per lei. Lo compresi dal suo sguardo arreso. Rispetto ai vecchi, che si aggrappano alla vita con tutte le loro forze, terrorizzati dalla fine, i giovani sanno quando stanno per morire e non distolgono lo sguardo. Guardano la morte dritta in faccia, con freddezza e disillusione. Nei grandi occhi di Nora vedevo brillare la stessa luce crepuscolare che avevo già notato negli occhi di Denis.
“Maledizione, ci risiamo,” pensai avvicinandomi a Nora.
Questa volta era tutto ancor più penoso. Perché Nora, a differenza di Denis, aveva entrambi i genitori ed era terribile incontrare i loro volti sfigurati dal dolore e dalla disperazione. Ecco, che un genitore seppellisca il proprio figlio: non c’è niente di più straziante.
Per Nora, svuotata dalla febbre di ogni energia, parlare era una fatica enorme. Una fatica che sostenne con coraggio per rivelarmi finalmente tutto ciò che le ribolliva nel cuore da anni e che, in quel momento, lo confesso, non presi troppo sul serio, attribuendo la sua confessione a un’eccitazione inconsapevole causata dal delirio.
Non appena mi avvicinai al suo letto e mi chinai su di lei per baciarle la fronte, Nora si aggrappò con entrambe le braccia al mio collo e confessò a bruciapelo, senza preamboli, di amarmi, di amarmi da sempre.
– Ora che vi ho rivisto, maestro, posso morire in pace. Come mi rattristava il pensiero di morire senza rivedervi almeno un’altra volta! Per anni ho covato il mio amore per voi, me ne sono presa cura, in silenzio, e forse mai lo avrei rivelato se non mi fossi trovata in queste condizioni disperate. Non prendetemi per una spudorata, vi prego, sono soltanto una ragazza innamorata che sta per morire… Concedetemi almeno questa piccola, e al tempo stesso enorme soddisfazione della confessione prima di sparire per sempre, – concluse Nora, parlando con ardore, tra le lacrime.
Non sapevo cosa dire, come comportarmi. Con delicatezza le presi le braccia, leggere come fuscelli, tanto che ebbi paura di spezzarle, le sciolsi dal mio collo e la adagiai sul cuscino, dicendole di riposare. Mi chinai di nuovo su di lei, per sistemarle il guanciale, ma Nora, con una velocità e una destrezza inimmaginabili nelle sue condizioni, tirò su la testa e mi baciò sulle labbra. Fu come se gran parte del fuoco che la bruciava si trasmettesse a me. Sentii una vampata di calore dapprima nel cervello, poi in tutto il corpo. La guardai negli occhi, con spavento, e mi lasciai cadere sulla sedia accanto al letto.
– Perdonatemi, maestro, non avrei dovuto. È vergognoso e… e… umiliante rubare un bacio, – sussurrò Nora dopo qualche minuto di silenzio, lo sguardo scaraventato contro il muro.
Quelle parole di Nora mi fecero male, furono come un pugno in pieno stomaco. Erano così disperate… Mi sentii in colpa, come mai prima nella mia vita, e, senza riflettere, mi alzai di scatto dalla sedia e baciai Nora, con ardore, come se volessi tirarle fuori quella febbre assurda che la divorava. Fu un bacio lungo, follemente lungo, lunghissimo.
– Tu guarirai, Nora, – dissi guardandola dritto negli occhi, – tu guarirai e noi due… noi due… – ma non riuscii a terminare la frase. Distolsi lo sguardo dal volto acceso di Nora, bruciato dall’amore oltreché dalla febbre, a mi abbandonai di nuovo sulla sedia, spossato, svuotato, triste, come se fossi io l’agonizzante.
– Sì… – sussurrò Nora con un filo di voce, chiudendo gli occhi e sorridendo.
Passai quella notte e le successive accanto a lei, insieme ai genitori e al medico. Già dal giorno dopo Nora smise di parlare del tutto, ma nel suo volto consunto dalla febbre c’era serenità.
D’accordo, non riuscii a terminare la frase, ma se Nora fosse guarita mi sarei davvero legato a lei per tutta la vita. Il mio bacio fu sincero, ed erano sincere anche le parole che avrei voluto dire dopo, ma che non mi uscirono di bocca.
Il giorno del funerale di Nora (almeno pioveva, quel giorno), la madre mi consegnò un piccolo quaderno della figlia. Conteneva decine di poesie di Nora, dedicate tutte al suo amore per me. Il mio nome non compariva mai, ma la madre di Nora, nella sua sensibilità femminile, intatta nonostante il dolore inesprimibile, aveva compreso subito l’identità del destinatario di quei versi. La prima poesia risaliva a quattro anni prima, dunque l’amore di Nora non era frutto del delirio, non era la fantasia esasperata di una giovane donna prossima alla morte, ma un sentimento intimo, profondo, radicato, consapevole, maturo.
Lessi e rilessi le poesie di Nora non so quante volte. Non ne avevo mai abbastanza. Ogni singolo verso era una carezza amorevole e dolcissima. Ma un sospetto terribile s’insinuò nella mia testa e nel mio cuore, iniziando a rodermi come un tarlo, senza darmi un attimo di tregua: il sospetto di aver perduto per sempre l’amore della mia vita. Certo, Nora era stata bravissima a nascondersi ai miei occhi, ma come avevo potuto non scoprire un sentimento così antico, potente e totalizzante? Come avevo potuto essere così cieco, così distratto? Diamine, vedevo Nora tutti i giorni! Pensieri di questo tipo mi tormentavano in continuazione e non riuscivo a trovare pace, né in compagnia, a scuola, né in solitudine, a casa. Al tempo della morte di Nora anch’io ero molto giovane… Ritrovai un po’ della serenità perduta dopo essere riuscito a far pubblicare le poesie di Nora, presso un editore della capitale, che convinsi raccontandogli la sua triste storia. Ma fu Vera, mia moglie, a salvarmi da quel dolore. Almeno due volte alla settimana io e Vera visitiamo la tomba di Nora, portandole dei fiori freschi. Ora accanto a lei giacciono anche i suoi genitori. Nessuno dei due riuscì a superare il dolore causato dalla perdita della figlia. Morirono sei mesi dopo Nora, a una settimana di distanza l’uno dall’altro.

Solitudini , , , , , , , , , , , ,

Informazioni su Simone Germini

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma La Sapienza, dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi «Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist», pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi «Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter». Dal 2012 al 2018 sono stato caporedattore del blog «Freemaninrealworld». Insieme con Lorenzo Pica, Raffaele Rogaia e Marco Zindato ho fondato il sito iMalpensanti.it. Sul blog «Bazzecole» i maldestri tentativi di scrittura creativa. Per info e contatti simonegermini@yahoo.com.

Precedente I taccuini di Tarrou - 136 Successivo I taccuini di Tarrou - 137