Solitudini – Racconti – Il disertore – V-VII

V

Qui al comando sembrano essersi dimenticati di me. Oggi non mi hanno neppure portato da mangiare. Hanno ben altri pensieri per la testa, lo capisco. Credo che potrei morire di fame. Il comandante sa del mio arresto, ma non si è fatto vivo. Non ha neppure un minuto per prendersi la sua rivincita. I soldati che passano davanti alla cella non mi degnano di uno sguardo. Passano veloci, trafelati, lasciando impronte di fango sul pavimento con i loro stivaloni sudici. Scompaiono chissà dove. Ricordo che alla stazione i soldati controllavano i documenti d’identità degli uomini che salivano sul treno. Quando qualche disperato tentava di eludere oppure forzare il controllo, sparavano in aria. I bambini piangevano.
A volte, qui dentro, solo, al buio e al freddo, vivo momenti terribili. Allora prendo la foto di mia moglie e mia figlia e la guardo. Mi perdo nei loro volti, nei loro sorrisi luminosi, rassicuranti e tutto svanisce di colpo. Dimentico persino di essere un prigioniero. Vera e Annina sono la mia vita, la mia luce. Senza di loro sono niente. Senza di loro è meglio morire.
Un soldato, uno dei tanti, è passato davanti alla mia gabbia, mi ha lanciato una rapida occhiata ed è andato avanti, poi è tornato indietro, come se nella gabbia avesse riconosciuto una persona a lui nota.
– Maestro? – ha domandato con stupore, guardandomi con gli occhi sbarrati. Era Ivan, un mio ex alunno. – Maestro, siete proprio voi? – ha domandato ancora, avvicinandosi alle sbarre.
– Sì, sono proprio io, Ivan, – ho risposto guardandolo negli occhi e sorridendo con tristezza.
– Cosa ci fate lì dentro? Deve esserci un errore.
– No, nessun errore, Ivan. Ascolta, oggi sembrano essersi dimenticati di me. Portami qualcosa da mangiare, per favore.
– Torno subito.
Ivan è tornato dopo pochi minuti con il cibo. Non me lo ha passato attraverso le sbarre, ma è entrato lui stesso nella gabbia, sedendosi accanto a me, sulla brandina. È un ragazzo di vent’anni, uno spilungone di quasi due metri, magro, gentile e buono, mai una parola fuori posto.
– Si può sapere cosa ci fate in cella? – ha domandato di nuovo, dopo che ho finito di mangiare.
– Mi chiamano disertore. Sai che cos’è un disertore, Ivan?
– Sì, maestro, ma… deve trattarsi di un equivoco. Posso parlare io con il comandante, se volete.
– Nessun equivoco, Ivan, e se tu intercedessi per me con il comandante te lo faresti nemico, credimi. Lui ora mi detesta, quindi meglio lasciar perdere.
– Dunque voi, maestro, vi siete rifiutato di… difendere la Patria. State forse dalla parte degli Invasori?
– Perché dovrei? Non è questo il punto.
– E qual è, allora? Difendere la Patria è il nostro dovere.
– Non scegliamo dove nascere, Ivan, ma scegliamo chi amare, e ovunque si trovino coloro che amiamo, lì è la nostra Patria, o almeno io credo che sia così. Per questo motivo ho tentato di fuggire, per non separarmi da mia moglie e da mia figlia, per non lasciarle sole. E anche per non diventare un assassino, Ivan.
– Ma, maestro… gli Invasori bombardano, rubano, stuprano, uccidono e noi non dovremmo difenderci? Dovremmo lasciarli fare?
– Io non sono un soldato, Ivan, ma un semplice maestro di campagna. Se fossi stato un soldato, se avessi avuto, come te, la vocazione militare, mi sarei arruolato da ragazzo, finita la scuola, come hai fatto tu. Non so cosa rispondere alle tue domande, Ivan, legittime, certo, ma per me inconcepibili. So soltanto che un uomo che uccide è un assassino, qualunque siano le circostanze, e che ci sono tanti modi di resistere, il primo e più importante dei quali è mettere in salvo le nostre donne e i nostri bambini, prendendocene cura ora più che mai. Sono loro il nostro futuro.
Lo sguardo rivolto a terra, Ivan rifletteva. Forse le mie parole facevano breccia nel suo cuore.
– Anche la mia fidanzata se n’è andata, ha lasciato il paese, con la madre e i fratelli, – ha detto Ivan dopo qualche minuto di silenzio. – Avrei voluto chiederle di sposarmi, ma è scoppiata la guerra, – ha aggiunto con la voce tremante di pianto. Qualcosa dentro di lui si era spezzato all’improvviso.
– Avete una vita intera davanti a voi, Ivan, – ho tentato di rincuorarlo.
– Ma io ho paura di morire e di non vederla più. Non sono neppure riuscito a salutarla, – ha detto Ivan scoppiando a piangere come un bambino. L’ho abbracciato come abbracciavo Annina quando piangeva, stringendolo forte a me.
Avrei voluto dirgli di smetterla di credere agli altri e d’iniziare a credere a se stesso, al suo amore per la fidanzata, alla sua paura di morire, al suo dolore e alle sue lacrime, ma non l’ho fatto. Temevo di fargli male.

VI

No, io non lascerò che dei prepotenti completamente scollegati dalla realtà, rinchiusi nelle loro inaccessibili torri d’avorio, assetati di ricchezza e di potere, decidano il mio destino. Sarò io, io e nessun altro a decidere il mio destino, perché loro non sono nessuno e non hanno alcun diritto sulla mia vita, e neppure sulla vita di Ivan, e di nessun altro essere umano sulla faccia della terra. Nessun capo di stato, o di governo può impedire a Ivan di sposare la sua fidanzata, di vivere e di essere felice con lei. Ecco a cosa dobbiamo resistere: alla violenza e alla ferocia della Storia, ai suoi signori sanguinari, e non i loro nomi altisonanti e maledetti dovremmo ricordare, ma quelli delle vittime, di tutte le vittime.
Ai miei alunni ho sempre presentato la Storia come un incubo, come un esempio negativo, un orrore di cui dovremmo liberarci per sempre. Ecco cosa è accaduto, ecco cosa non si dovrà ripetere, mai più, tentavo di spiegare loro. Ma l’incubo della Storia non ha fine, si ripete sempre, all’infinito, e ora ci siamo dentro anche noi, in questo incubo, e tutto è buio dentro e intorno a noi. Quando tutto questo sarà finito, troppo tardi in ogni caso, anche se dovesse miracolosamente terminare in questo momento, tutti ricorderanno i nomi dei prepotenti, dei capi di stato, di governo, dei generali, dei diplomatici. Nessuno ricorderà i nomi delle vittime, i soli che dovremmo ricordare e tramandare, uno per uno. L’unico libro di Storia davvero degno di essere scritto, sarebbe quello dedicato alle sue vittime, e forse queste mie memorie potrebbero costituirne un capitolo. Una sola vita salvata è più importante di decine di territori, soprattutto se si tratta della vita di un innocente, di un bambino. Quanti ne sono morti finora? Quanti ne moriranno ancora? È assurdo… E per che cosa, poi? Per un pezzo di terra, per placare quella dannata sete di potere che, da quando è comparso sulla terra, avvelena l’esistenza del genere umano. Basterebbe così poco per rendere questo mondo un paradiso… Basterebbe avere rispetto della libertà propria e altrui. Ma fin quando esisteranno confini, paesi, patrie, governi, eserciti non ci libereremo mai dell’incubo della Storia. E pensare che dovrebbe essere questo, questo e nessun altro, il nostro scopo nella vita: eliminare quante più sofferenze e quante più ingiustizie possibili, limitare al massimo il numero di bambini vittime della ferocia e della violenza della Storia. E invece niente, procediamo per la nostra strada insanguinata a testa bassa. Dove ci condurrà, questa strada? All’estinzione, senz’altro. E in fondo, se non siamo capaci di proteggere i nostri figli, i nostri bambini, se non siamo in grado di garantire loro una vita serena e pacifica, l’estinzione è la fine che ci meritiamo.
Non sono abituato a scrivere simili riflessioni. Imprimerle sulla pagina mi addolora, credetemi, ma non posso lasciarle svanire nel nulla, non ci riesco. Prima della guerra certi pensieri neppure mi venivano in mente, forse. Ma ora è cambiato tutto, come se di colpo si fosse squarciato un velo e vedessi le cose per quello che davvero sono. Non che prima mi illudessi, no, non mi sono mai illuso, ho sempre saputo come stavano le cose. Ma adesso è come se non potessi più distrarmi, come se, dopo avermi portato via mia moglie e mia figlia, mi avessero aperto una ferita che non smette di sanguinare, mi avessero reciso le palpebre, ecco. Sapevo perfettamente che la nostra vita è una parentesi insensata, che l’uomo è la creatura più brutale sulla faccia della terra ecc., ma avevo l’amore, e l’insegnamento. Amare mia moglie, crescere mia figlia e giocare con lei, insegnare, lavorare in campagna, recuperare i bambini dispersi e riportarli a scuola: tutte queste attività non mi lasciavano il tempo di riflettere, di abbandonarmi al lato oscuro dell’esistenza, al pessimismo ed era un bene. Ora che tutte le luci si sono spente, ora che non c’è più nessuno intorno a me e sono costretto all’immobilismo, sono precipitato nell’incubo e non trovo una via d’uscita. Non per il momento, almeno.
Era bello giocare con Annina, metterla a letto e poi fare l’amore con Vera. Era bello coltivare la terra, spaccare la legna e cogliere le albicocche. Era bello mangiarle, le albicocche. Era bello spiegare ai ragazzi che un libro non è soltanto un insieme di parole ma un’opera d’arte. Era bello convincere una famiglia di contadini poveri a mandare i figli a scuola. Era bello, sì, e mi sembra di accorgermene soltanto adesso, adesso che tutto questo non c’è più e forse non tornerà più.

VII

Per fortuna c’è Ivan. Mi porta da mangiare, da bere e da fumare, due volte al giorno. Entra nella gabbia, si siede accanto a me sulla brandina e parliamo per qualche minuto. Mi aggiorna sulla guerra, poi cambiamo subito discorso. Ivan mi parla della fidanzata, della casa che sta costruendo, dei progetti futuri. Credo che le nostre brevi chiacchierate lo aiutino a distrarsi un po’. Nel suo sguardo torna a brillare la speranza della giovinezza. Insieme, poi, ricordiamo qualche episodio della scuola.
– C’è ancora lo Scorbutico? – mi domanda per esempio Ivan.
– Certo, chi lo schioda dal suo posto? – rispondo ritrovando la serenità perduta.
Lo Scorbutico è il custode della scuola. I ragazzi si divertono a farlo arrabbiare, da sempre. Non ci vuole molto, visto il suo caratteraccio, ma lo Scorbutico va in bestia soprattutto quando i ragazzi gli rubano le ciliegie. C’è un ciliegio nel cortile della scuola, enorme, secolare, che all’inizio dell’estate gli alunni prendono d’assalto arrampicandosi e svuotandolo dei frutti, frutti rari, introvabili nel giro di molti chilometri, grandi, carnosi e neri, simili ad amarene. Lo Scorbutico va su tutte le furie vedendo i ragazzi rubargli le ciliegie. Chissà perché, sostiene che i frutti siano suoi, che gli spettino di diritto, in quanto custode della scuola. Intima agli alunni di scendere dall’albero, minacciandoli con la scopa, e invoca, disperato, il mio aiuto. Io gli dico di lasciarli fare, che è giusto che anche i ragazzi godano di quei bei frutti, troppi per una sola persona. Lui si arrabbia ancora di più, fin quasi a piangere.
Io e Ivan ricordiamo lo Scorbutico, il ciliegio della scuola e ridiamo di gusto. Non credevo che anche in una gabbia si potesse ridere. Lo Scorbutico non chiama i ragazzi per nome ma «cimice numero uno», «cimice numero due», «cimice numero tre» e via dicendo, a seconda dell’età. Se arriva un nuovo alunno gli chiede il giorno, il mese, l’anno di nascita, lo appunta su un pezzo di carta e sentenzia: «cimice numero venticinque». A Ivan però non lo chiamava cimice, ma «perticone», per via dell’altezza.
– Mi domandava in continuazione che tempo facesse lassù e mi diceva sempre di abbassarmi un po’ per non sbattere la testa, – ricorda Ivan sorridendo. – Che ne sarà di lui con la guerra?
– Neanche la guerra lo schioderà dal suo posto, Ivan, ne sono sicuro. È testardo come un mulo.
Ivan una volta mi fece prendere un bello spavento, e ricordiamo anche questo nelle nostre brevi chiacchierate in gabbia. Almeno una volta alla settimana porto i ragazzi fuori dalla scuola, a scoprire ogni volta un mestiere diverso, perché l’intelletto è niente senza il lavoro fisico, senza il quotidiano impegno del corpo (ho visto molta, troppa gente bruciarsi il cervello a furia di riflettere; almeno per un paio d’ore al giorno il pensiero va annegato nel lavoro, anche per questo Tolstoj arava personalmente la propria terra, o almeno credo). Un giorno portai Ivan e i suoi compagni nel bosco, a scoprire e apprendere il mestiere del boscaiolo. A un tratto Ivan non lo vedo più, è scomparso. Lo chiamo, niente. Chiedo a tutti, niente. Per un ragazzo è facile fare una brutta fine in un bosco che non conosce. Passai tutto il giorno a cercarlo, con l’aiuto dei boscaioli e persino dello Scorbutico. Quando finalmente lo trovammo, al tramonto, angosciati dalla notte imminente, si giustificò dicendo che gli era sembrato di vedere un cinghiale e che, entusiasta di quell’incontro inatteso, si era lanciato al suo inseguimento. Non fu tanto ciò che disse a colpirmi, quanto il modo in cui lo disse, con un candore e un’ingenuità disarmanti. Allora compresi che di quel ragazzone, di quel «perticone», come lo chiamava lo Scorbutico, un giorno avrebbero potuto fare tutto ciò che volevano. E infatti…
– Perché hai deciso di fare il soldato? – ho domandato a Ivan durante una delle nostre chiacchierate.
– Per lo stipendio, maestro, decente e sicuro. Uno stipendio che mi permette di aiutare i miei genitori e di costruire una casa e una famiglia alla quale non far mancare nulla. Non avrei mai immaginato di dover partecipare a una guerra… Credevo che ciò che avevo letto nei libri di scuola non si sarebbe più ripetuto. Come avrebbe potuto ripetersi? Possibile che l’uomo non impari niente dal passato?
Nella voce di Ivan c’erano tristezza e stupore.
– Il passato non ha senso senza un cambiamento, Ivan. Devono cambiare le condizioni perché certe tragedie non si ripetano più, e per cambiare le condizioni è necessario cambiare l’uomo.
– E come si cambia l’uomo?
– Purtroppo non esiste una regola generale. Ogni uomo deve cambiare se stesso, deve agire su se stesso. Non c’è nessuno che lo faccia per lui.
– E allora il progresso? Si parla così tanto di progresso.
– Il progresso è una menzogna, Ivan, una balla, come dimostra questa maledetta guerra. Rispetto a mezzo secolo fa siamo progrediti, certo, le condizioni sono migliorate, eccome, eppure siamo ripiombati nell’orrore della Storia. Servono migliaia, milioni di cambiamenti individuali perché cambino davvero le cose, o almeno è quel che credo, quello che ho capito dalle mie esperienze. Un genitore, un amico, un maestro di scuola, un libro possono dare una spinta, ma spetta all’individuo, alla sua volontà migliorarsi e, migliorando se stesso, migliorare il mondo, almeno un po’. Un generale può ordinare a un soldato di spargere morte e distruzione, ma un soldato può rifiutarsi di farlo.
– Perché non mi ha detto queste cose quando ero a scuola, maestro?
– Le dico sempre, Ivan, ma con altre parole, più adatte ai bambini e ai ragazzi, credo.
– Allora io non le ho capite.
Dunque con Ivan avevo fallito. Chissà con quanti altri. Forse con tutti.

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