Solitudini – Racconti – Il disertore – I-IV

Ai disertori,
in guerra e in pace

«Fermi! Tanto
non farete mai centro.

La Bestia che cercate voi,
voi ci siete dentro».

Giorgio Caproni, Saggia apostrofe a tutti i caccianti

I

Mi hanno preso. Preso e rinchiuso in una piccola cella del comando provinciale, come il peggiore dei criminali. La cella è stretta, bassa, umida, fredda, le pareti grezze sono annerite e non c’è neppure una finestra. Mi sento soffocare come un uccello in gabbia. Sono in gabbia. Mi hanno detto subito che la mia pena sarà severa, esemplare. Ecco, proprio questa parola hanno utilizzato, esemplare. Si è impressa nella mia testa come se l’avessero marchiata a fuoco. Esemplare… Mi condanneranno a morte? Forse. Ogni cosa ha un inizio e una fine, e se questa è la mia fine, evidentemente è giusto che sia così. Non sono un fatalista, semplicemente detesto piangermi addosso e non credo che serva a molto ribellarsi alla realtà. La prigione, ora, è la mia realtà. Forse la condanna a morte, tra poco, sarà la mia realtà. A cosa serve protestare? Tutto ciò che accade è, evidentemente, inevitabile. Ripensare a ciò che è successo e commiserarsi non ha alcun senso. Accettare ciò che è e andare oltre, vedere oltre, con la consapevolezza dei propri limiti, dell’inutilità dei propri gemiti: ecco cosa ha senso.
Sapevo cosa rischiavo, cosa mi aspettava se mi avessero preso. Lo sapevo perché avevo compreso la loro esaltazione. Non c’era paura nei loro occhi, ma euforia. Tra non molto verrà la paura e allora capiranno di non poter andare avanti così. Forse sarà troppo tardi per loro e per tutte le vittime che cadranno in questo terribile lasso di tempo. Di certo sarà troppo tardi per me. Forse, allora, sarò già morto.
La mia fuga è durata due giorni. Altri due, altre quarantotto ore e avrei superato il confine, riabbracciando mia moglie e mia figlia. Non immaginavo che ci fossero delle pattuglie di soldati anche nei boschi. Non ne so niente di queste cose, di strategie militari, di guerre, d’invasioni, di resistenze. Sono soltanto un maestro di campagna, io. Mi avevano detto che la strada maestra era piena di posti di blocco e così mi sono tuffato nei boschi. Mi hanno preso lo stesso.
Una pena esemplare… Forse la fucilazione. Siamo in guerra e in guerra vale tutto, questo lo so. La sete di sangue dell’essere umano trova libero sfogo. Grazie al cielo, io questa sete non l’ho mai avuta. Non sono mai stato capace di uccidere nemmeno una lepre, io, con grande dispiacere di mio padre, cacciatore di professione, e loro avrebbero voluto spedirmi al fronte, in trincea, ad ammazzare miei simili, così, a sangue freddo, senza pensarci. Meglio la pena di morte. Il mio corpo rifiuta la violenza istintivamente, mi viene la nausea soltanto a pensarci. Non è vigliaccheria, la mia. Non ho paura di morire, ma paura di uccidere, quella sì. Per me non esiste una sola ragione al mondo che giustifichi l’omicidio. Ci hanno invaso, è vero. Bombardano i nostri villaggi e le nostre città, è vero. Alcuni di loro certamente ruberanno, stupreranno, uccideranno civili innocenti e disarmati a sangue freddo, con un colpo di pistola alla testa, magari dopo averli torturati, così, per puro divertimento, è vero. Ma non chiedetemi di reagire alla violenza con la violenza, di imbracciare un fucile e spargere sangue, perché non lo so fare. Non posso e non lo voglio fare. Il mio corpo, ancor prima della mia testa, si ritrae inorridito al solo pensiero. Sono soltanto un maestro di campagna, io. È a tutto questo che mi sono ribellato, ed è per questo che sono stato arrestato e imprigionato. È per questo mio istintivo rifiuto della violenza, dell’omicidio che, molto probabilmente, verrò giustiziato. Sapete cosa vi dico? Che va bene così, se questa è l’unica alternativa all’omicidio. Ho tentato di crearne un’altra, di alternativa, di fuggire dal paese, dalla Patria, come la chiamano tutti adesso con enfasi distruttiva, ma mi hanno preso, e così eccomi qui, rinchiuso in una piccola, bassa, stretta, umida, fredda e nera gabbia, in attesa della morte. Almeno mi hanno permesso di tenere con me i miei taccuini e la foto di mia moglie e di mia figlia. Loro sono lontane da qui, hanno lasciato il paese e stanno bene. Questo solo ha importanza.

II

Hanno introdotto la legge marziale subito, il giorno stesso in cui è iniziata l’invasione. Hanno vietato a tutti gli uomini dai diciotto ai sessantacinque anni di lasciare il paese, e a quelli dai venticinque ai cinquanta hanno imposto la leva obbligatoria, pena l’arresto. Io ne ho trentacinque, di anni. Naturalmente, hanno sospeso subito l’attività didattica.
Stavo spaccando la legna quando sono venuti a comunicarmi l’obbligatorietà della leva. Io spaccavo la legna per la sera, mia moglie Vera e mia figlia Annina giocavano vicino a me. Dicevo loro di fare attenzione ai pezzi di legna che schizzavano di qua e di là. In quel momento ho visto due soldati avvicinarsi alla mia casa e scuotere la catena della campana. Ho posato l’accetta e sono andato da loro. Mia moglie e mia figlia continuavano a giocare, a inseguirsi e ridere. I soldati passavano casa per casa, consegnavano la comunicazione della leva obbligatoria per chi aveva tra i venticinque e i cinquant’anni, del divieto di lasciare la Patria a tutti gli altri. Costruivano così, casa dopo casa, comunicazione dopo comunicazione, l’esercito che avrebbe affrontato gl’Invasori. Ero convocato per il giorno successivo al comando provinciale, dove avrei ricevuto tutte le informazioni.
Ho mostrato la lettera a mia moglie e le ho detto di prepararsi a lasciare il paese con Annina. Fortunatamente abbiamo dei contatti oltre il confine, che non dista molti chilometri dal nostro villaggio, conoscenti disponibili e gentili, vecchi amici dei miei genitori. Ho tentato di attenuare la sua preoccupazione, assicurandole che avrei trovato un modo per evitare la leva e prendermi cura di loro. Anch’io ero preoccupato, e non tanto per me, quanto per la mia famiglia. Avevo soltanto una certezza: che mai avrei imbracciato un fucile e ucciso un mio simile, anche se dovesse trattarsi del peggior uomo sulla faccia della terra. Chi sono io per decidere chi deve vivere e chi deve morire? Sono soltanto un maestro di campagna, io. E chi sono loro per decidere se io debbo vivere oppure morire? Se devo separarmi dalla mia famiglia oppure no?
Quella sera, dopo aver ricevuto la comunicazione, ho lasciato perdere la lettura (leggo sempre un paio d’ore dopo cena) e mi sono dedicato a mia moglie e a mia figlia. Abbiamo tenuto Annina sveglia più del solito, quella sera, ed era eccitatissima per questo.
Il giorno seguente sono andato al comando provinciale, all’ora stabilita. Ho chiesto di parlare con il comandante e mi hanno fatto passare. Tutti i suoi quattro figli sono stati miei alunni e il comandante conservava un buon ricordo di me. Un ricordo che sarebbe andato distrutto di lì a pochi istanti. Ero deciso a far valere le mie ragioni.
– Prego, maestro, accomodatevi pure. Come state? – mi ha chiesto il comandante con gentilezza, aggiungendo che poteva dedicarmi solo pochi minuti, vista la situazione. L’intero comando era in subbuglio.
– Io, signore, sono qui per chiedere l’esenzione dalla leva obbligatoria e il permesso di accompagnare la mia famiglia oltre il confine, – ho risposto andando subito al sodo e guardando il comandante dritto negli occhi. Non mi piacciono i giri di parole, e guardo sempre le persone negli occhi quando parlo con loro. Uno sguardo comunica molto, spesso più della voce. L’ho capito nella mia lunga esperienza da maestro. A volte mi basta guardare gli alunni negli occhi per farmi intendere.
Dopo la mia richiesta il volto del comandante si è contratto in un’espressione di disprezzo, quasi di disgusto.
– Siete forse malato? – ha domandato dopo aver superato l’istintivo fastidio.
– No, non sono malato. Sono soltanto un maestro di campagna che non vuole abbandonare sua moglie, sua figlia e, soprattutto, non vuole diventare un assassino.
– La vostra insubordinazione mi sorprende, mi sorprende e al tempo stesso mi rattrista, maestro, – ha detto il comandante con evidente irritazione, abbassando lo sguardo. – Definendo uomini gli Invasori fate loro un complimento che non meritano. Non sono uomini, ma animali, animali pronti a rubare, stuprare, uccidere. E lei non vorrebbe difendere la Patria da simili carogne?
– Gli animali, signore, non rubano, non stuprano e non uccidono. Siete voi a fare un torto enorme agli animali paragonandoli agli uomini. Gli animali sono innocenti, mentre un uomo resta sempre un uomo, qualunque crimine commetta. Io non sono mai stato capace di uccidere un animale, signore, figuriamoci un uomo. No, io non ucciderò.
– Sciocchezze! – è sbottato il comandante, battendo entrambi i pugni sul tavolo, con rabbia. Forse avrei dovuto essere più diplomatico, ma io so essere diplomatico soltanto con i bambini e i ragazzi, non con gli adulti. Dinanzi ad un adulto la mia capacità di diplomazia va a farsi benedire, forse perché un adulto è un uomo perduto ormai, mentre i bambini e i ragazzi possono cambiare, possono comprendere e migliorare.
– È dovere di ogni uomo, di ogni singolo uomo, sia esso un maestro o un prete, un marito, un padre o uno scapolo, – ha continuato infervorato il comandante, – difendere la Patria, combattere gli Invasori e cacciarli via, ad ogni costo, con tutti i mezzi a disposizione, anche i più rudimentali, e voi, maestro, non potete sottrarvi a questo sacro dovere. Nessuno può sottrarsi a questo sacro dovere, non esistono obiezioni di coscienza. La Patria, la sua integrità e la sua libertà vengono prima di tutto. Intesi? Voi da oggi non siete più un maestro, un marito e un padre, ma un servo della Patria, disposto a perdere la vita per essa. Sono stato abbastanza chiaro? Un servo della Patria, e nient’altro!
– Voi non potete costringere un uomo a uccidere un proprio simile, signore. Ogni uomo ha una coscienza, ed è con la propria coscienza che deve fare i conti.
– Giuro che se non la smettete subito di dire stupidaggini vi faccio arrestare. La Patria è ben al di sopra della coscienza individuale! Non credevo che foste un vigliacco… – mi ha provocato alla fine il comandante sorridendo malignamente. Voleva colpirmi nell’orgoglio, ma io in testa avevo soltanto mia moglie, mia figlia e la mia coscienza, che m’impediva di sottostare a quegli ordini per me assurdi.
– Io non sono un vigliacco, signore, non ho paura di morire.
– Non si direbbe.
– Ve lo ripeto, signore. Voi non potete costringere un uomo a uccidere un proprio simile.
– Difendere la Patria è un dovere! Se dipendesse da me, manderei anche le donne a combattere. Manderei sul campo di battaglia chiunque sia in grado di tenere in mano un’arma.
– Magari anche i bambini…
– Ma lei lo sa che la diserzione è punita con la prigione e, in alcuni casi, con la pena di morte?
– Meglio perdere la libertà o la vita che diventare un assassino.
– Volete che vi faccia arrestare subito? Oppure ci darete la briga di darvi la caccia? – ha domandato il comandante con un tono di voce beffardo che, lo confesso, lì per lì mi ha fatto rabbrividire. Come può un uomo essere punito, persino con la pena capitale, per essersi rifiutato di uccidere? Frastornato da questo assurdo interrogativo e irritato per il netto, rabbioso rifiuto del comandante, me ne sono andato senza rispondere alle provocazioni.
Ero arrabbiato, anzitutto con me stesso, per non essere riuscito a far valere le mie ragioni, e poi anche con il comandante, per la sua folle, distruttiva esaltazione. Camminavo velocemente, stringendo i pugni nelle tasche della giacca, guardando a terra. Avevo bisogno di vedere mia moglie, mia figlia e di uscire da quell’incubo.

III

Quando ho raccontato a Vera il mio colloquio con il comandante lei è scoppiata a piangere. L’ho stretta forte a me.
– Come faremo senza di te? – mi ha domandato tra i singhiozzi, disperata.
È stato in quel momento, abbracciando mia moglie, stringendola forte a me, che ho deciso di fuggire. Come avrei potuto lasciarle sole?
Mia moglie e mia figlia sono partite quel giorno stesso. Annina era felicissima di prendere il treno per la prima volta in vita sua e, sempre per la prima volta in vita sua, di andare in vacanza e vedere posti nuovi. Sì, le abbiamo detto questo, che andava in vacanza…
– Ci rivedremo, vero? – mi ha domandato mia moglie prima di salire sul treno, pieno di donne, bambini e ragazzi che lasciavano il paese. Dei soldati armati controllavano che non salissimo anche noi uomini in età di leva sul convoglio.
– Certo, amore mio, – ho risposto guardando Vera dritto negli occhi.
– Promettilo.
– Te lo prometto.
L’ho baciata e abbracciata forte, poi ho stretto a me Annina, dicendole di fare la brava.
– Ti amo, – mi ha detto mia moglie dopo aver preso posto sul vagone, attraverso il finestrino opaco.
– Anch’io, – ho risposto, sentendo affiorare il pianto. Non mi capitava da tempo di piangere, da quando ero un bambino, forse. Neppure seppellendo i miei genitori avevo pianto, perché in fondo era nell’ordine naturale delle cose, era il ciclo della vita che faceva il suo corso. Ma questo no, non era nell’ordine naturale delle cose.
Anche Annina mi ha salutato dal finestrino, con quel suo sorriso luminoso che mi mette sempre di buonumore, anche quando qualcosa mi impensierisce e addolora. Non sono più riuscito a trattenere il pianto e una lacrima mi è uscita dagli occhi. Per fortuna pioveva e Annina non ha potuto notarla, confusa tra le gocce di pioggia. Mi sono sforzato di sorridere.
Ho accompagnato il treno con lo sguardo fino a quando è scomparso dalla mia vista. Quel treno portava via le due cose più belle della mia vita e ho sentito spalancarsi di colpo un vuoto dentro di me. Ero triste e arrabbiato come mai prima.
Molti degli uomini presenti alla stazione, dopo aver salutato le loro mogli, i loro figli, i loro nipoti hanno deciso di andare subito al comando provinciale per prendere servizio. Alcuni di loro, miei conoscenti, mi hanno proposto di andare insieme. Ho detto loro che avevo ancora qualcosa da sistemare a casa e che li avrei raggiunti il giorno successivo, termine ultimo per rispondere alla chiamata della Patria.

IV

Camminavo lentamente sotto la pioggia, sul bordo della strada, per evitare il fango, le mani nelle tasche, una sigaretta spenta e annacquata tra le labbra, e riflettevo. Procedevo controcorrente. Nella direzione opposta alla mia era una processione di gente che si recava alla stazione. Pensavo a mia moglie, a mia figlia e tentavo di non abbandonarmi ai sentimenti negativi che mi ribollivano dentro, la tristezza, la rabbia, l’odio. È orrendo attaccare un paese, bombardarlo, derubarlo, violentarlo, non c’è dubbio, non fraintendetemi su questo, ma è altrettanto orrendo separare con la forza intere famiglie. Ci sono uomini che hanno deciso di combattere per professione, mentre io non sono che un maestro di campagna, e tale volevo rimanere.
Per fortuna pioveva. Io amo la pioggia, mi schiarisce i pensieri e mi tranquillizza. Piove anche ora, e se riesco a isolarmi dai pensieri e dal frastuono incessante del comando, ne percepisco nitidamente il picchiettio sui muri. Mi sembra persino di sentire l’odore, della pioggia, della terra bagnata, dissetata, e del selciato lavato. Sono i miei profumi preferiti, insieme ai profumi di mia moglie e di mia figlia.
Quando sono tornato a casa il villaggio s’era già svuotato. Le case se ne stavano lì, immobili e vuote, le finestre sbarrate con delle assi di legno fissate con cura e precisione. Ai miei occhi si presentavano già come delle rovine. A quella vista tristissima, desolante mi ha pervaso un sentimento d’abbandono profondissimo, mai provato prima e che sono riuscito a placare soltanto mettendomi al lavoro. Ho sbarrato anch’io le finestre della mia casa, ho spaccato e sistemato nella legnaia la legna che restava. Ho rinchiuso tutti i miei libri in una cassa e l’ho sotterrata in giardino. Quei libri sono il mio tesoro più prezioso, dopo la mia famiglia, naturalmente.
Ho costruito la mia casa con sudore e fatica, mattone su mattone. Abbandonarla a se stessa mi faceva male. Guardavo il piccolo edificio, e il giardino, e ogni singola pianta in esso (la magnolia, l’acero, l’albicocco, il ciliegio, e poi la siepe che funge da recinzione, sempreverde e profumata) come se fossi lontano già decine e decine di chilometri, in preda a una nostalgia profonda, che mi rodeva dall’interno come un tarlo.
Perché, mi domandavo, devono strapparmi, anzi devono strapparci con violenza dai nostri luoghi, i luoghi in cui affondano le nostre radici, in cui siamo nati, cresciuti e vorremmo morire? Perché? Che diritto hanno? Chi sono? Chi sono loro per decidere il destino di milioni di persone innocue e innocenti, disarmate, che mai si sognerebbero di fare del male al prossimo? Mi arrovellavo su questi interrogativi, la testa tra le mani, incapace di trovare le risposte. Il pensiero, improvviso come un lampo, di mia moglie e di mia figlia, ha spazzato via tutte queste domande. Allora ho compreso che la mia casa è ovunque si trovino mia moglie e mia figlia, che sono loro le mie radici e la mia… Patria. Era mio dovere combattere per loro, per loro e per nessun altro, stargli accanto in quel momento terribile e preservare la loro serenità. Nient’altro aveva importanza.
A mia moglie, da quando la conosco, e sono ormai cinque anni, non ho fatto molte promesse, ma le ho mantenute tutte. Ora, il mio destino sembra segnato, ma io non smetto di sperare di riuscire a mantenere anche l’ultima promessa che le ho fatto, prima di salutarla: rivederci.
All’inizio avrei voluto passare ancora un’altra notte a casa, ma quella scoperta improvvisa mi ha fatto cambiare idea. Ho preparato in fretta un piccolo bagaglio, lanciato un ultimo sguardo alla casa, al giardino, al villaggio deserto e mi sono inoltrato nel bosco. Non avevo paura, perché sapevo come muovermi. Conosco quei boschi, i boschi miei e di mio padre, da cima a fondo, so dove andare e dove non andare, dove mettere i piedi e dove non metterli, quando correre e quando camminare. Ero sicuro di riuscire nella mia fuga. Non potevo non rivedere mia moglie e mia figlia. Non potevo piegarmi alla logica spietata, feroce della guerra e uccidere, in nessun caso. Valeva la pena rischiare.

Precedente I taccuini di Tarrou - 122 Successivo I taccuini di Tarrou - 123