Operette tumorali – Dialogo di Amleto e di Ofelia

Dopo la solita cena abbondante e base di cacciagione Amleto, il re della Danimarca, si accomoda sull’imponente trono e si sbottona i pantaloni.

AMLETO Ah… ora sì. Questa cenetta mi ha proprio rimesso al mondo. E poi si prova una soddisfazione tutta particolare nel mangiare la selvaggina che noi stessi abbiamo cacciato.

In un angolo della sala regale, arredata con sfarzo, Amleto intravede qualcosa, come un’ombra. Lì per lì non se ne cura.

AMLETO Deve essere colpa della digestione. Probabilmente avrei dovuto mangiare meno. Ma ormai la frittata è fatta. A proposito di frittata… quella di stasera, al tartufo ed agli asparagi, era davvero eccellente. Se solo ne avessi lasciato un pezzetto… me lo sarei mangiato volentieri prima di andare a dormire.

Amleto, rammaricato, si consola fumando la pipa. Di nuovo gli sembra di vedere qualcosa nella sala. E stavolta questo qualcosa sembra avere la consistenza maggiore di un’ombra. Il re inizia a provare un certo timore. Timore che diviene vera e propria paura dopo che lo spettro – perché di questo si tratta -, dalle fattezze femminili, gli rivolge la parola.

OFELIA Comodo il trono, eh?

Amleto lascia cadere la pipa ed afferra con forza entrambi i braccioli. Impallidisce come un cadavere.

AMLETO Ah! Di nuovo questi maledetti fantasmi! Povero me… ma che cavolo ho fatto di male?

Lo spettro si avvicina, fluttuante, e più si avvicina più Amleto capisce di ritrovarsi davanti il fantasma di Ofelia.

AMLETO Ofelia…

Lo spettro si ferma a un metro di distanza da Amleto. La voce di Ofelia ha il tono del rimprovero.

OFELIA Dunque mi riconosci.
AMLETO (piagnucolando) E come potrei non riconoscerti…
OFELIA Non sei venuto a trovarmi al cimitero neppure una volta, credevo che ti fossi completamente dimenticato di me e che avessi rimosso dalla tua memoria persino la mia immagine.
AMLETO Ma no, Ofelia, no che non ti ho dimenticata… Non ti dimenticherò mai. È che il governo del regno non mi lascia tempo libero, lo sai come funzionano certe cose.
OFELIA No, non lo so, e neppure mi interessa. Però vedo che il tempo per ingozzarti come un porco ce l’hai, eccome se ce l’hai.
AMLETO Io non mi ingozzo come un porco.
OFELIA Ma guardati, Amleto, avrai preso venti chili.
AMLETO Esagerata… addirittura venti chili! Ne avrò presi sì e no quattro, cinque al massimo.

Ofelia scuote il capo, disgustata.

OFELIA Sei diventato così grossolano, così volgare. Siedi sul trono con i pantaloni sbottonati, spargi la cenere della pipa ovunque, rischiando di bruciare l’intero castello, non mangi più per saziarti ma per… per… Ah, Amleto, sei una delusione.
AMLETO Ofelia, io… non fare così, ti prego. Giuro che da domani mi metterò a dieta e… sì, verrò a trovarti tutti i giorni al cimitero.

Ofelia sogghigna malignamente. Amleto rabbrividisce, dalla testa ai piedi.

OFELIA Ormai sotto terra non resta che un cumulo di ossa fradice. Ecco a cosa è ridotta la tua promessa sposa!
AMLETO (di nuovo piagnucolando come un bambino) Ofelia, ti prego…
OFELIA Basta pregarmi, Amleto! Io ti amavo… noi ci eravamo scambiati delle promesse… promesse che tu non hai esitato a calpestare, e in nome di cosa? Eh, di cosa?
AMLETO In nome della giustizia, Ofelia.
OFELIA La giustizia… ecco cos’è la giustizia… Il fantasma di una donna impazzita che si è ammazzata gettandosi in un fiume e un uomo obeso che siede sul trono coi pantaloni sbottonati. La giustizia…
AMLETO Anche tu al mio posto avresti fatto lo stesso.
OFELIA Mai! Tu… ti sei lasciato divorare dal verme della vendetta, a lui, lui solo hai sacrificato il nostro amore. Io non ne sarei mai stata capace, mai! Quando noi donne amiamo, amiamo e basta, non abbiamo altro per la testa. Voi uomini, invece, siete banderuole. Vi lasciate muovere dal vento.
AMLETO Sei troppo dura con me, Ofelia, troppo. Non merito un tale trattamento. No, non lo merito. Io ho fatto quello che andava fatto, ho reso giustizia a mio padre. Grazie a me lui ha trovato pace.
OFELIA (gridando) Ed io?! Io quando troverò la pace? Quando? Non ce la faccio più, Amleto, non ce la faccio più in questo stato sospeso, mezzo, tra la vita e la morte. Preferirei marcire all’inferno piuttosto che vagare un giorno di più in queste condizioni terribili.

Amleto tende il braccio verso Ofelia. Lei fa lo stesso, e le loro mani si incontrano, ma non si toccano, non possono toccarsi.

AMLETO Ofelia, non sento niente…
OFELIA Neanche io, Amleto… noi non saremo più quelli che eravamo un tempo. Mai più…

Lo spettro inizia a dissolversi, lentamente.

AMLETO No, Ofelia, non andare!
OFELIA Addio, Amleto. Addio…
AMLETO Ofelia… io… io ti amo.
OFELIA È troppo tardi ormai. Dovevi ricordartelo prima. Quel che è fatto è fatto.
AMLETO Tornerai?
OFELIA Tranquillo, Amleto, non dovrai avere più paura di me. Sento il calore delle fiamme infernali sotto le piante dei piedi.

Amleto si alza di scatto e prova a trattenere Ofelia, che però svanisce. Il re allora si avvicina alla finestra e scruta le tenebre fitte che avvolgono il suo regno. Poi afferra il pugnale che porta alla cinta e ne scruta la lama.

AMLETO Tempo fa scelsi d’essere, di continuare ad essere. Quanto mi è costata quella decisione! Mi è costata l’unico bene che avessi su questa misera terra. La giustizia… Ah, giustizia, tra tutti i fantasmi tu sei il più spettrale, il più inconsistente. Scelsi l’essere, la vita… e per cosa? Per questo trono, per questo regno inutile come tutti i regni dell’uomo. Questa notte mi trovo davanti allo stesso bivio, di nuovo. Essere o non essere? Ancora una volta, l’intera esistenza si riduce a questo quesito. Essere… non essere… è giunta l’ora di scegliere la seconda delle due opzioni, vero? Non è giusto – ah, torni di nuovo giustizia, agonizzante larva! -, no, questa volta non è proprio giusto, non è giusto che il mio destino sia diverso da quello della mia povera Ofelia. Eccomi amore, arrivo. Condivideremo insieme le pene dell’inferno.

Amleto, con mano tremante, si lacera i polsi. Il sangue inizia a sgorgare copioso, a fiotti. Amleto si siede a terra, con la schiena appoggiata alla parete, e attende la morte.

AMLETO È come addormentarsi, sì… morire è come addormentarsi…

Amleto chiude gli occhi, si augura da sé, con l’ultimo filo di voce, sogni d’oro ed esala l’ultimo respiro [1].

NOTE

[1] Contrariamente a quanto possano immaginare i più, questa operetta non è ispirata all’Amleto di William Shakespeare, bensì al meno noto, ma non meno apprezzabile Amleto del drammaturgo ed esploratore islandese Þjóðbjörn Guðmundsdóttir, nato a Seyðisfjörður nel 1798 e disperso in un’esplorazione solitaria in Africa nel 1824.

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Informazioni su Simone Germini

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Dal 2012 al 2018 sono stato caporedattore del blog «Freemaninrealworld». Insieme con Lorenzo Pica, Raffaele Rogaia e Marco Zindato ho fondato il sito iMalpensanti.it. Sul blog «Bazzecole» i maldestri tentativi di scrittura creativa. Per info e contatti simonegermini@yahoo.com.

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