L’escluso – meno 4

Non sono l’unico a passarmela male dentro queste quattro mura ammuffite. Giunta alla soglia dei sessant’anni, mia madre sta affrontando una fase particolare della sua vita. È impegnata nel bilancio della sua vita ed è delusa e insoddisfatta. Si aspettava altro. Si aspettava di più. Me ne ha parlato apertamente ma lo avevo già capito da solo. Da certi suoi accenni, da certi suoi sospiri e da certi suoi sguardi. Da certe sue parole sussurrate a mezza bocca. Dalla sua aria complessiva, così stanca come mai l’avevo vista sinora. Sta invecchiando rapidamente in questa fase delicata della sua vita. Troppo rapidamente.
Mia madre non si è mai lamentata di niente. Anzi, non solo non si è mai lamentata di niente, ma anche dalle sciagure si è sforzata sempre di trarne qualcosa di buono, qualcosa di positivo. Ma ora sta cambiando. Non si lamenta, continua a non lamentarsi ma si vede che non è così che voleva e sperava andassero le cose. Ne abbiamo parlato ed è strano ma sintomatico perché noi non parliamo mai.
Ne abbiamo parlato mentre pulivamo la cucina, dopo che un operaio mandato da mio padre l’aveva ridipinta. Le pareti della nostra casa sono aggredite dalla muffa che ne divora la tinta e le annerisce, così siamo costretti ciclicamente a farle scartavetrare e ridipingere. Mio padre non l’ha mai fatto di persona pur essendo il suo lavoro e so anche perché. Perché la muffa torna presto ad aggredire, divorare e annerire le pareti, tornerebbe presto anche se fosse mio padre a combatterla e oltre all’amarezza per non essere riuscito a estirpare il male, come lo chiama lui, delle nostre mura, dovrebbe pure subirsi la ramanzina di mia madre che lo accuserebbe di non aver fatto bene il lavoro. Perché mia madre, a differenza di mio padre, non crede o non vuole credere che le nostre mura siano ammalate di un male incurabile, ma accusa sempre gli operai di non essere stati capaci di fare un buon lavoro. Così mio padre manda sempre qualcun altro a scartavetrare e ridipingere le pareti ed è sempre qualcuno che gli deve dei soldi e che paga così il suo debito. O almeno parte del debito.
– Ci sono novità? – mi ha domandato mia madre mentre, in cima alla scala, ripuliva i mobili della cucina dagli schizzi di vernice bianca. Io gli schizzi di vernice bianca li facevo saltare via dal pavimento, con un vecchio raschietto mezzo arrugginito che avrà più o meno la mia età.
– No, nessuna novità, – ho risposto raschiando con più forza.
Ogni volta che mia madre mi domanda qualcosa su di me, sul mio stato, sulla ricerca di un lavoro mi innervosisco. Non con lei, ci mancherebbe, ma con me stesso, per non riuscire a renderla felice.
– Certo che è proprio un peccato. Uscisse almeno un concorso, ma è tutto fermo in questo benedetto paese. Io lo dico per te, perché mi piange il cuore a vederti tutto il giorno chiuso dentro casa. Se avessi un lavoro sarebbe tutto diverso.
– Mamma, prima o poi un lavoro lo troverò. E poi non devi preoccuparti per me, lo sai che non mi pesa stare a casa e darti una mano.
– Lo so, lo so. Lo so che ti bastano i libri e sei felice. E so anche che, prima o poi, qualcosa uscirà fuori. Ma cosa?
– Non sarò né il primo né l’ultimo a guadagnarsi da vivere facendo il cameriere o il barista. Ci sono tante offerte di lavoro come camerieri e baristi tra Nettuno e Anzio e in un ristorante già ci ho lavorato, l’esperienza non mi manca. Sto aspettando perché spero ancora di poter trovare qualcos’altro. Mi sono candidato per tanti posti di lavoro, come segretario, come magazziniere, tramite diverse agenzie, ma non mi ha mai contattato nessuno. È come se non esistessi. Del resto il mio curriculum è quello che. Le lauree non mi aiutano. È assurdo ma è così.
– Secondo me avresti dovuto provare a fare l’insegnante.
Non so più quante volte in questi anni di disoccupazione mia madre mi abbia detto questa frase: avresti dovuto provare a fare l’insegnante. Ma io non ho la vocazione dell’insegnamento e credo che uno dei motivi per cui questo maledetto paese stia colando a picco sia proprio perché in molti insegnino senza averne la vocazione. Senza averne la vocazione ovvero senza impegno e senza passione, così, come se si trattasse di una professione qualunque. Insegnare senza vocazione significa rendersi complice dell’irreversibile deriva educativa, pedagogica, culturale in atto in Italia e io preferisco di gran lunga fare il cameriere piuttosto che essere complice.
– Mamma, lo sai come la penso, – le ho risposto raschiando il pavimento con furia.
– Lo so, lo so, ma io lo dico per te. Da quanto tempo non ti compri un paio di scarpe o un paio di pantaloni nuovi? Vai in giro con quelle scarpe di tela vecchie, tutte bucate, e con quei jeans consumati, strappati. Io lo dico per te. Mi dispiace che tu abbia dovuto rinunciare a tante cose. Non sei mai uscito da questo paese, non hai mai visto posti nuovi. Io e tuo padre abbiamo sempre lavorato per permetterti di avere una vita migliore della nostra, una vita più bella e più serena, e invece…
– Mamma, – l’ho interrotta, – tu e papà non dovete rimproverarvi niente. Mi avete permesso di studiare quello che volevo studiare e non mi avete mai fatto mancare nulla. Mai. È un momento un po’ così, un momento di passaggio, di transizione. Vedrai che tra poco si sistemerà tutto, – ho tentato di rincuorarla.
– Ma tu non stai bene, Fausto, si vede. Si vede dal tuo viso, così magro, dalle tue occhiaie, così profonde. Sembra che te le sei disegnate con un pennarello nero. Io lo so che non stai bene e se non stai bene tu non sto bene neppure io. Si vede che questa situazione ti pesa, che vorresti avere i tuoi spazi, i tuoi tempi, le tue abitudini. Che vorresti avere la tua libertà insomma. Io voglio solo che tu sia felice e sereno, tutto qua.
– Lo so, mamma, lo so. Neanche tu stai bene, è chiaro, ma sei sicura che questo dipenda solo da me? Mi sembra che in questo periodo qualcosa ti turbi e che questo qualcosa non riguardi solamente la mia situazione. Ti vedo strana, sempre pensierosa e stanca, spesso distratta.
– Sto invecchiando, Fausto, sto invecchiando, – ha sospirato mia madre, facendomi rabbrividire.
Siamo rimasti in silenzio per qualche minuto, poi lei ha deciso di approfondire la questione. Aveva bisogno di parlarne e con chi avrebbe potuto parlarne se non con me? Lei che nella sua vita non ha mai trovato un’anima affine alla sua, alla quale spalancare il proprio cuore. Lei così sensibile, troppo sensibile a volte. Neppure mio padre aveva mai potuto aiutarla. Perché mio padre a certi argomenti è completamente refrattario. Non lo fa per cattiveria, è nato così e non può farci nulla. Se provi a parlargli di sentimenti, di angosce, di sofferenze, di insoddisfazioni si irrigidisce, sembra farsi di pietra e a te sembra che non gliene importi nulla ma non è così. Semplicemente non è adatto o, come dice lui stesso, non è portato per queste cose. È nato senza il dono dell’ascolto e della parola. È tutto azione e può farsi in quattro per aiutarti ma non puoi proprio chiedergli di farti da confessore.
– Fausto, – ha quindi ripreso mia madre dopo qualche istante di pausa, – quando ti rendi conto che stai invecchiando, e io me ne sono resa conto perché certe cose iniziano davvero a pesarmi e devo sforzarmi molto per farle o per sopportarle, quando ti rendi conto che stai invecchiando sei come costretto, che tu lo voglia oppure no, che ti piaccia oppure no, a fare i conti con la tua vita, a guardarti indietro e domandarti se hai fatto tutto quello che dovevi fare oppure no. Ma quando fai una cosa del genere, quando fai i conti con la tua vita e ti guardi indietro, finisci sempre col domandarti pure se tutto è andato come volevi che andasse oppure no, e non è bello, perché alla fine niente va come vuoi che vada.
– Mamma, io lo so da quando ho quindici anni che funziona così.
– Ed è un guaio, Fausto, fidati. A volte penso che tu abbia studiato troppo, che, oltre a studiare, avresti dovuto fare altro.
– Lo penso anch’io, mamma, ma ormai il danno è fatto.
– Ma che dici, sei ancora giovane e hai tutta una vita davanti. Devi solo sforzarti di dimenticare certe cose, sennò rischi di fermarti e di non andare più avanti. Se tu trovassi un lavoro e magari anche una ragazza sarebbe più facile.
– Anche Tom me lo dice sempre.
– Tom è un bravo ragazzo e un gran lavoratore. Vedi, è un guaio che tu abbia capito così presto come vanno le cose perché un conto è capirlo a quasi sessant’anni, come me, quando tutto è fatto e non puoi più tornare indietro, un conto è capirlo a quindici anni, come te, quando devi fare ancora tutto e può succedere qualunque cosa. Quando scopri come vanno le cose ti senti sempre stanco e pensi sempre troppo ed è difficile andare avanti. O almeno è più faticoso. Fausto, ci sono mattine in cui non vorrei alzarmi dal letto, non vorrei lavorare ma dormire tutto il giorno e non è bello. No, non è per niente bello. A volte non mi riconosco più. Il corpo e la testa a volte non mi seguono più. Menomale che ci sei tu a casa che mi dai una mano, altrimenti sarebbe dura.
Una domanda. Una domanda maledetta, che so non dovrei fare. Una domanda che non si dovrebbe fare mai a nessun uomo e soprattutto alla propria madre, mi preme in gola, preme per uscire. Mi sforzo di ricacciarla indietro, la spintono, la prendo a calci e pugni, ma alla fine mi sfugge ed erompe fuori.
– Mamma, – sussurro piano e già con il terrore di ricevere una risposta negativa, – sei soddisfatta della tua vita?
Mi madre si ferma di colpo, come se l’avessi trafitta con quella mia maledetta domanda. Smette di pulire i mobili della cucina e scende dalla scala, adagio, quasi temesse di cadere. Mi precipito da lei e la aiuto. Si appoggia con la schiena sul lavabo e incrocia le braccia. Fissa il vuoto davanti a sé. Io mi piego di nuovo sul pavimento e ricomincio a raschiare le macchie di vernice bianca. Non posso guardarla. Non ce la faccio. Mi mordo la lingua ma ormai il danno è fatto. Maledetta domanda.
– Me lo sono chiesta tante volte in quest’ultimo periodo, – inizia mia madre, pesando le parole una a una, come di rado le ho visto fare. – Ci sono stati momenti bellissimi nella mia vita, come nella vita di ogni donna e di ogni madre. Il matrimonio con tuo padre, la costruzione di questa casa, goccia di sudore su goccia di sudore, la tua nascita, le tue lauree, ma…
Mia madre si ferma e io capisco tutto. Capisco tutto quello che vorrebbe dire ma che non riesce a dire perché un groppo in gola glielo impedisce minacciando lacrime. Non ce la faccio. Devo intervenire.
– Mamma, lo hai detto tu stessa qualche minuto fa che nella vita di un uomo, di ogni uomo, niente va come vorremmo, – le dico tentando di alleviare il suo dolore, la sua delusione, la sua insoddisfazione, ricordandole che si tratta di un destino comune a tutti noi, senza distinzioni.
– Lo so, Fausto, lo so, ma a volte, quando si invecchia, sapere questo non basta. E poi io mica ho mai chiesto la luna. Un bel vestito e una vacanza ogni tanto, un lavoro meno faticoso, tutto qua. Non mi sono mai potuta togliere uno sfizio. Sono stupidaggini, lo so, e mi sento ridicola a parlartene, ma tutte queste stupidaggini messe insieme fanno la vita.
Mi sono alzato, mi sono avvicinato a lei e l’ho abbracciata, stringendola con forza, come facevo da bambino dopo che lei mi sgridava e io mi sentivo in colpa. Anche in quel momento mi sentivo in colpa.
– Mi dispiace, mamma, mi dispiace per come stanno andando le cose. Non sto riuscendo a renderti felice, orgogliosa di me e questo mi tormenta, – le ho sussurrato all’orecchio, con un filo di voce, l’ultimo che mi restava.
– Fausto, in questi trent’anni mi hai resa felice e orgogliosa così tante volte… So che lo farai ancora. E anche il semplice fatto che tu sia un bravo ragazzo, senza grilli per la testa, che non ha mai dato problemi, è già molto per me e per tuo padre, che sarà pure un alcolizzato, va bene, ma è un brav’uomo. A proposito, voglio darti un consiglio. Legati a una donna solo se sei sicuro che lei possa aiutarti a realizzare i tuoi sogni. Se non ne sei sicuro lascia perdere tutto subito, non accontentarti e lascia perdere tutto subito, perché una volta fatto il danno non si può tornare indietro, o magari sì, si può, ma a carissimo prezzo.
A questo punto ci siamo staccati e abbiamo ricominciato a pulire la cucina. Superato il momento di difficoltà mia madre è risalita sulla scala. Io mi sono inginocchiato di nuovo a terra e ho ricominciato a raschiare ma con meno furore rispetto all’inizio della nostra conversazione.
Dopo qualche minuto di silenzio, incuriosito dalle ultime parole di mia madre, le ho domandato se amasse ancora mio padre.
– Ormai gli voglio bene come un fratello. Quando torna a casa ed è così ubriaco da non reggersi in piedi mi manda in bestia e vorrei buttarlo fuori di casa a calci in culo. Se non lo faccio è perché so che senza di me farebbe una brutta fine e mi dispiacerebbe. Gli voglio bene ed è pur sempre tuo padre. Anche su questa faccenda non credo di essere l’unica, mettiamo le cose in chiaro. Io ho amato tuo padre, l’ho amato davvero, con tutta me stessa, altrimenti non lo avrei sposato, ma l’amore ha un inizio e una fine, come mi diceva sempre tua nonna. Poi si trasforma in qualcos’altro. A volte in affetto, a volte in simpatia, a volte in tenerezza.
– A volte in odio.
– Sì, e allora è veramente triste. Allora se non si ha buonsenso succedono le disgrazie. Dio ce ne scampi.
Abbiamo lavorato per tutto il pomeriggio. Alla sera la cucina brillava come nuova e non c’era più quell’orribile muffa sulle pareti. Mamma era spezzata dalla stanchezza ma la sua giornata non era finita. Doveva ancora preparare la cena. Io ero felice d’esserle stato utile e d’averle alleggerito la fatica.
– Chissà quanto durerà, – ha sospirato gettando un’ultima occhiata complessiva alla cucina e allontanandosi dagli occhi con uno sbuffo una ciocca di capelli.

L'escluso , , ,

Informazioni su Simone Germini

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Dal 2012 al 2018 sono stato caporedattore del blog «Freemaninrealworld». Insieme con Lorenzo Pica, Raffaele Rogaia e Marco Zindato ho fondato il sito iMalpensanti.it. Sul blog «Bazzecole» i maldestri tentativi di scrittura creativa. Per info e contatti simonegermini@yahoo.com.

Precedente L'escluso - meno 5 Successivo L'escluso - meno 3