I taccuini di Tarrou – 317

La Gemäldegalerie di Dresda è uno dei luoghi del cuore di Dostoevskij: qui passa ore e ore dinanzi alla Madonna Sistina di Raffaello, in estatica contemplazione, trovando un po’ di pace. Ma il capolavoro di Raffaello non è l’unica opera della collezione della Gemäldegalerie apprezzata da Dostoevskij. Ci sono i paesaggi di Lorrain, e poi il Cristo della moneta di Tiziano, davanti al quale sosta a lungo. Non conoscevo questo dipinto, che entusiasmò anche Freud. Trovo meravigliosa l’espressione di Cristo, che è come se dicesse a Pietro, con il semplice sguardo: «Visto, uomo di poca fede? C’era davvero una moneta nel pesce». Il modo poi in cui Cristo afferra la moneta, con due dita, denota una certa ripugnanza nei confronti del denaro. Un gesto in cui riecheggia l’adagio: «A Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio».

Ma è straordinario anche il modo in cui Tiziano rappresenta Pietro. Come Cristo, Pietro è semplicemente un uomo, un pescatore segnato dal tempo, dal lavoro, dalla fatica, dal sole e dalla salsedine, che dubita, come avrebbe fatto ognuno di noi al suo posto. Nell’opera di Tiziano è compendiato l’intero rapporto tra Cristo e Pietro, compreso il rinnegamento di quest’ultimo, la cui figura zingaresca appare tutt’altro che affidabile. E Cristo, come rivela l’espressione del suo volto, lo sa. In lui tuttavia non c’è amarezza, né sfiducia, ma un dolce, indulgente, comprensivo rimprovero, lo stesso di un genitore al proprio figlio, e una sottile rassegnazione all’umana incredulità, naturale in fin dei conti. Cristo è perfettamente consapevole della difficoltà degli uomini a credere in lui, alla sua bellezza, alla sua straordinarietà, ma non per questo smette di avere fiducia, o meglio, fede in essi, nella loro parte più umana e luminosa, che si sforza in tutti i modi di riportare in superficie. Perfettamente consapevole delle debolezze degli uomini, Cristo non smette di tentare di persuaderli, di mostrare loro l’esistenza di una via alternativa, ardua, certo, ma possibile, e forse proprio in questa positiva ostinazione risiede il suo dramma.

Al contrario di quanto sostiene Zarathustra, è per l’eccessiva fiducia nel genere umano e nella vita che Cristo muore giovane, troppo giovane per il profeta nietzschiano. Ma ciò che conta davvero non è, come sostiene Zarathustra, e come sosterrà Camus dopo di lui, la quantità, bensì la qualità ovvero la profondità, la consapevolezza, l’intensità, la persuasione, ricorrendo alla terminologia di Michelstaedter, e in questo senso l’esistenza di Cristo è difficilmente eguagliabile.

Ma sono andato troppo oltre: l’Arte, quella con la maiuscola, spalanca orizzonti infiniti nei quali è facile perdersi.

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