I taccuini di Tarrou – 253

L’interpretazione di Benjamin secondo cui i protagonisti delle Affinità elettive non riescono a varcare l’abisso che dalla vita borghese, agiata e garantita, li condurrebbe alla vita caotica e distruttiva della passione, restando aggrappati alla costumatezza, all’apparenza, a una dimensione apollinea dell’esistenza, corrisponde perfettamente al temperamento misurato di Goethe, che se anche vede l’abisso e il caos, se anche percepisce la parte più oscura, dionisiaca, passionale della vita, vi si ritrae con orrore, distoglie lo sguardo concentrandolo esclusivamente verso l’alto, verso l’ideale volta celeste, senza interdirne a nessuno dei suoi personaggi l’ingresso.

È su questo punto che si misura la differenza tra Goethe e Kleist, che nell’abisso, nel caos, nella dimensione dionisiaca dell’esistenza trova il fuoco sacro del suo ineguagliabile e conturbante genio, e la maledizione della sua breve vita. Al contrario dei personaggi di Goethe, i personaggi di Kleist si abbandonano completamente alla passione, alla sua forza incontenibile e distruttiva. Emblematico, in tal senso, il giudizio negativo, al limite del disgusto, di Goethe sulla Pentesilea, l’opera di Kleist in cui la cifra caotica, abissale, dionisiaca della sua natura e del suo genio trova la massima, più grandiosa ed estrema espressione.

Fondamentalmente Goethe non apprezza – e non può apprezzare – Kleist, perché Kleist ricorda con spietatezza a Goethe ciò che Goethe si sforza con tutto se stesso di dimenticare, di rimuovere ovvero: che l’uomo muore, e che non c’è una seconda vita, ideale e trascendentale, ad attenderlo e risarcirlo dopo la morte. Il giudizio negativo di Goethe è il giudizio di un intero secolo, che rifiuta di accettare il proprio destino mortale e la radice violenta, sconveniente, socialmente anticonvenzionale e sovversiva delle passioni. Alla fine il povero Kleist in vita recide le palpebre soltanto a se stesso e ai suoi personaggi: tutti i suoi lettori voltano lo sguardo dall’altra parte, con disprezzo e orrore, prigionieri delle loro ideali, goethiane menzogne. Ma a Goethe e si può e si deve perdonare tutto, perché egli è pur sempre l’autore del Faust, ovvero di una delle cinque, sei opere più grandi che siano mai state scritte.

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