I taccuini di Tarrou – 205

Alle nature estreme manca ciò che rappresenta probabilmente il principale requisito di sopravvivenza per un uomo: la capacità di adattarsi, di modificarsi. La natura estrema resta ferocemente fedele a se stessa, in ogni circostanza, non si disunisce, non si disperde, non si adatta alle circostanze, non le accetta e in questa impossibilità di adattamento, di metamorfosi risiede gran parte del suo dramma. La vita richiede necessariamente malleabilità, la capacità di scendere a patti, di accettare compromessi, di tradirsi e di contraddirsi, condizioni che, per la natura estrema, coerente con se stessa e il proprio pensiero fino all’autodistruzione, non può assolutamente accettare. Meglio la morte, meglio il niente che una piccola parte, una porzione, una sfumatura, una sopravvivenza grigia e meschina. La vita è dei mediocri, dei misurati, dei tiepidi, dei grigi, dei mezzi, che si accontentano di ciò che gli rifila il caso senza opporre resistenza. Come scrive Kleist a proposito di Pentesilea e di se stesso, la quercia morta resiste alla bufera, resta al suo posto, salda e inutile, mentre la quercia viva, forte e in salute viene strappata via, divelta e uccisa. La vita è dei deboli, dei malati, dei morti. Mentre i cadaveri ingrassano e trascinano le proprie carcasse putride per anni e anni su questa povera terra, i vivi, i Kleist, i Michelstaedter svaniscono in fretta, troppo coerenti e radicali, troppo sensibili per accontentarsi e superare le tempeste della vita.

Edvard Munch, Quercia
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