I taccuini di Tarrou – 198

I. È disonesto e ipocrita fare del pessimismo una «professione», come scrive Michelstaedter a proposito di Schopenhauer. È disonesto e ipocrita, dopo essere giunti alla terribile verità dell’insensatezza della vita, continuare a vivere come se nulla fosse. La consapevolezza prevede la sopravvivenza solamente a patto di una resurrezione, stimolata dalla fede, dall’amore, dall’assurdo, oppure di una coerenza feroce e distruttiva, che conduca alla rinuncia e al silenzio. Tutto il resto è disonestà e ipocrisia. Credo sia inutile dire a quale delle due possibilità mi ha costretto la vita. Di risorgere non ho avuto neanche la possibilità, perché se è vero che un uomo costruisce con le proprie decisioni, con le proprie scelte il proprio destino, è altrettanto vero che la vita in sostanza si riduce a un capriccio del caso, di cui siamo tutti zimbelli.

II. Relegata esclusivamente all’ambito letterario, riservata alla sola espressione artistica, la dismisura non è che una posa compiaciuta. La vera dismisura si manifesta, oltreché nei libri, nella vita, nelle scelte personali di un autore, e penso ai grandi smisurati come Kleist e Michelstaedter, che non si limitano ai facili proclami ma agiscono, mettendo in gioco se stessi e le loro esistenze. È facile dichiarare che la vita non ha alcun senso, siamo tutti d’accordo su questo. La coerenza richiede che di questa insensatezza si subiscano le conseguenze. Chi della disperazione fa una professione è un usurpatore.

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