Gli sconfitti – Maria e gli spettri

Lo sguardo di Maria era proteso verso l’unica finestra della stanza, dalla quale penetrava l’ultima e debole luce del giorno. Tutti gli oggetti presenti si allungavano in ombre sinistre preludio dell’imminente sera. Maria guardava fuori, gli imponenti pini sempre verdi, bramando l’aria aperta. Aveva caldo, ed era totalmente immersa nei suoi dolorosi pensieri. Il suono della televisione accesa, ma ignorata, le giungeva come un’eco lontana. Si ripeteva tra sé che non c’era altra scelta, che non poteva proprio esserci un’altra scelta.
Maria era sdraiata, il suo giovane e tonico corpo protetto dal camice e dal lenzuolo, entrambi bianchi. I suoi folti e lunghi capelli neri inondavano il cuscino, le sue mani delicate riposavano sul grembo. Rifletteva e attendeva. Tra qualche minuto sarebbe scoccata l’ora delle visite e Maria avrebbe almeno potuto contare sul conforto dei genitori.
La porta si aprì in anticipo. Due individui dalle fisionomie ostili e minacciose si insinuarono nella piccola stanza azzurrognola. Definirli uomini sarebbe troppo generoso. Erano spettri. Solenni e silenziosi si avvicinarono al letto nel quale giaceva immobile Maria. La giovane donna, senza voltarsi – il suo sguardo era infatti sempre proteso verso la solitaria finestra – gli rivolse per prima la parola. Li aveva riconosciuti dal loro spaventoso contegno, e subito un brivido gelido le aveva attraversato la schiena. Il suo tono di voce era calmo, sereno, ma deciso. Era determinata a non farsi spaventare, a non cedere a quegli spettri malvagi, anche se negli ultimi giorni nella clinica aveva sentito delle storie raccapriccianti sul loro conto.
«Sapevo che sareste venuti. Voglio innanzitutto avvisarvi che qualunque cosa direte, qualunque subdolo stratagemma escogiterete, io non cambierò idea. Mai».
Le rispose lo spettro più alto, quello apparentemente più autoritario, un grosso crocifisso di ferro appeso al collo. La sua voce era possente e uniforme, impostata come quella di un attore teatrale.
«D’accordo, assassina. La tua condanna è scritta. Dio serra all’istante anche l’ultimo spiraglio di Paradiso che aveva benevolmente tenuto ancora aperto. Il demonio esulta e ti attende con feroce trepidazione alla sua destra. Ti attende un’eternità di indicibili e atroci sofferenze, lontana da Dio, lontana da Cristo, lontana dalla Madonna e lontana dai venerabili Santi. Implorerai il perdono, perversa regina degli Inferi, dannata sposa di Satana, ma i tuoi strazianti lamenti cadranno nel vuoto delle fiamme perpetue e inestinguibili alimentandole, e allora maledirai l’istante in cui hai deciso di uccidere una vita!».
Le infami parole non scalfirono la povera Maria, che continuava ostinatamente a guardare fuori mordendosi le labbra sottili per la rabbia. E non la scalfirono non perché non credesse in Dio, non era questo il punto, ma perché provava un odio profondo nei confronti di quei parassiti del dolore.
Lo spettro intanto continuava nella sua macabra invettiva, gridando e beandosi delle sue stesse parole, fanatico Narciso.
«Vedo spalancarsi sotto il tuo letto, come una voragine, le orribili, sudice e fetide fauci dell’Inferno, e, sulla tua fronte impura, formarsi il marchio schifoso dell’infamia e del male, il marchio di Caino l’omicida!».
A questo punto intervenne anche l’altro spettro, meno affilato del primo. Appeso al collo sempre un crocifisso, divenuto intanto nero al calare della sera, e in mano una Bibbia, brandita in aria minacciosamente, come un’arma.
«Maria, voltati! Nell’ora dell’eterna condanna, della vigliaccheria e dell’umiliazione, trova almeno il coraggio di guardare negli occhi chi tentò di salvarti!».
Maria questa volta obbedì, si voltò e puntò addosso agli spettri uno sguardo feroce, che li trafisse da parte a parte. I due mostri tremarono, barcollarono, fecero istintivamente due passi indietro, spaventati. Dopo un istante di sbandamento, di incertezza, lo spettro più alto, quello che aveva parlato per primo, riprese la parola, questa volta con un tono di voce meno aggressivo, leggermente più amabile e conciliante, ammorbidito dal fatto che la vittima si fosse finalmente voltata.
«Maria, i tuoi buoni genitori ti hanno donato il nome della santa madre di Dio, non deturparlo, non insozzarlo con un omicidio. Sei ancora in tempo. Conserva, custodisci e alleva la vita che porti in grembo. Plasma un’esistenza nuova e pura nella luce meravigliosa del nostro Signore. Chi sei tu per poter decidere, chi sei tu per poter condannare a morte?».
Maria non avrebbe voluto rispondere. Avrebbe voluto continuare a difendersi barricata dietro un ostinato silenzio, lasciando al solo sguardo il compito di offendere, di contrattaccare. Ma la sua voglia di ribellione, la sua voglia di rivalsa nei confronti di quei due viscidi spettri era troppa per essere ignorata oppure contenuta. Da accusata divenne lei stessa accusatrice.
«E chi siete voi per giudicare?».
La sua voce tradì emozione, ma fu comunque salda, convincente e rabbiosa.
«Siamo inviati del Signore, messi di Dio il cui dovere è salvare due anime».
«No… No… Voi… Voi siete solo degli spietati e crudeli fanatici!», ruggì Maria con odio, tornando subito dopo a rivolgere lo sguardo alla finestra. Si era agitata, e non avrebbe voluto. La sua fronte era madida di sudore, il suo volto teso, e per questo motivo ancor più bello, era attraversato da una smorfia di rabbia. Le sue labbra graziose si erano contratte a causa della sofferenza e della fatica. I denti bianchissimi erano serrati e stridevano. L’odio, il rammarico e il dolore le stringevano il giovane cuore, che batteva all’impazzata.
«Eccola la gratitudine dell’impura megera!», esclamò lo spettro più alto, alzando di nuovo l’insopportabile e teatrale voce.
«Ci chiama fanatici… Quando dovrebbe rivolgersi a noi con le lacrime agli occhi implorando in ginocchio il perdono! Che tu sia maledetta, assassina!».
Al culmine dell’esasperazione, della disperazione, Maria si voltò ancora verso i suoi carnefici. Iniziò a gridare, e il suo era un grido acuto, spaventoso.
«Basta! Basta! Via di qui! Serpi! Infermieri, dottori, aiuto! Aiuto!».
Maria gridava e si dimenava, scalciava. I capelli scuri, disordinati, le coprivano il volto sconvolto, trasfigurato. I due spettri la osservavano con disgusto, scuotendo le teste in segno di disapprovazione.
«Perdonaci, buon Dio, se abbiamo fallito. A te, famelico Satana, quest’anima abietta e depravata», sussurrarono all’unisono lasciando la stanza oramai completamente buia.
Maria finalmente tornò a respirare a pieni polmoni. Pian piano si calmò. Con addosso la sgradevole sensazione di aver subito un’umiliante violenza, scoppiò in un pianto dirompente.

Gli sconfitti , , , ,

Informazioni su Simone Germini

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Dal 2012 al 2018 sono stato caporedattore del blog «Freemaninrealworld». Insieme con Lorenzo Pica, Raffaele Rogaia e Marco Zindato ho fondato il sito iMalpensanti.it. Sul blog «Bazzecole» i maldestri tentativi di scrittura creativa. Per info e contatti simonegermini@yahoo.com.

Precedente Gli sconfitti – Il fallimento Successivo Gli sconfitti – Il freddo