Crisalidi – Capitolo II

Quella mattina d’inizio marzo credevo che, disertato il lavoro e rintanato in casa tutto il giorno, non avrei avuto a che fare con volti umani. Avevo completamente dimenticato che fosse mercoledì, e ogni mercoledì, alle dieci di sera in punto, veniva a trovarmi Liza, una donna russa di cinquant’anni, nata in Siberia, a Novosibirsk. Dopo essere stata abbandonata dal marito, sparito chissà dove, e aver perso l’unico figlio, Nikolaj, mio coetaneo, soldato ucciso nella guerra del Donbass, aveva deciso di smettere di fare le pulizie e darsi alla prostituzione.
– La vita non vale un cazzo, caro mio, mettitelo bene in testa, e il prima possibile, così, quando soffrirai, perché prima o poi soffrirai, almeno proverai meno dolore. Io lo so da quando sono nata e ancora meglio da quando mio marito se n’è andato senza dirmi neppure ciao e mio figlio è stato ammazzato. Quando sono tornata in Italia dopo i suoi funerali mi sono detta: ma perché devo continuare a pulire i cessi degli altri e guadagnare una miseria? Mi sono guardata allo specchio e mi sono resa conto che, tutto sommato, il mio corpo reggeva ancora bene. Così ho deciso di cambiare lavoro, di fare questo, che è meno faticoso di tutti i lavori che ho fatto in quarantacinque anni e si guadagna pure bene, – disse Liza durante il nostro primo incontro.
Apprezzai la sua sincerità, la sua spontaneità e, soprattutto, il suo disinganno. Anche lei come me è una fumatrice accanita, ma all’epoca era pure un’alcolizzata. Quando si presentava da me dopo aver bevuto troppo, le davo metà del compenso pattuito e la rimandavo a casa senza darle neppure il tempo di fiatare. Del resto, accadeva di rado, quando nella giornata aveva avuto pochi clienti. Quel mercoledì non accadde.
I suoi cinquant’anni Liza, nonostante le fatiche e le sofferenze, o forse proprio grazie ad esse, se li porta davvero bene. Il suo fisico imponente, che sembra plasmato dal gelo siberiano, è ancora tonico e gli enormi seni stanno ancora su, fieri di se stessi, della loro munificenza, venati appena da qualche smagliatura che ha comunque il suo perché, almeno per me. E poi ho sempre avuto un debole per la Russia e soprattutto per la sua letteratura ottocentesca. In Liza vedevo incarnata l’eroina di un romanzo russo del XIX secolo, che narra in prima persona le proprie sventure, ma senza perdere la fede in Dio. Era per me una creatura nata dal genio di Dostoevskij o di Tolstoj.
– Non farti illusioni, non sono una di quelle donne che si affeziona, è solo lavoro per me, – disse sempre durante il nostro primo incontro, alla fine di tutto, quando entrambi eravamo di nuovo vestiti, dopo un lungo abbraccio evidentemente frainteso. Strano, un paio di mesi dopo la vidi passeggiare una sera d’estate per il centro di Nettuno mano nella mano con un suo cliente. Come faccio a sapere che fosse un suo cliente? Gli uomini come me ormai li riconosco al primo sguardo, e le nostre fisionomie, al contrario di quanto si possa immaginare, non sono segnate dalla lussuria, ma dalla stanchezza della pena alla quale, nostro malgrado, siamo stati condannati dal caso. Comunque sia, in compagnia di quell’uomo non l’avevo più rivista.
Al sesso, come al fumo, non avevo nessuna intenzione di rinunciare, ma a letto con Liza non provavo niente, neppure piacere. Si trattava di un mero esercizio fisico, come scendere quattro rampe di scale invece di prendere l’ascensore. C’è chi paga un abbonamento in palestra per tenersi in forma, io pagavo un abbonamento a una donna. Almeno per quanto mi riguarda, non c’è differenza.
Quel mercoledì sera avvenne un fatto strano, e fu l’inizio di tutto. Ero pronto a mettere fine all’esercizio fisico, così, sdraiato supino con Liza sopra di me, stringendo forte i suoi grandi seni, avevo chiuso gli occhi. Ma Liza si fermò all’improvviso, e non lo faceva mai, a meno che non fossi io a ordinarglielo. Allora riaprii gli occhi, stupito e anche un po’ infastidito, e vidi che Liza aveva la testa voltata in direzione della porta della camera da letto. Anch’io girai lo sguardo da quella parte e con grande stupore vidi una donna, ferma sulla soglia. Ci osservava, spaurita, o almeno così mi sembrava, la bocca appena aperta. Le note tintinnanti del Trillo del diavolo di Tartini risuonavano prepotenti per l’intero palazzo, eppure sentii troppo nitidamente, come se fossi immerso in un silenzio assoluto, tombale, la legna crepitare nel camino, alla mia destra. Dopo parecchi secondi d’attesa, lunghi e sospesi, dilatati, quasi il tempo avesse di colpo arrestato la sua folle corsa verso il nulla, decisi di rivolgere per primo la parola alla sconosciuta, ma senza sentire il bisogno di cambiare posizione, di ordinare a Liza di spostarsi, di scendere da me. Perché di Liza, per quanto possa sembrare inverosimile, nonostante il suo peso, non percepivo più la presenza, come se fosse di colpo scomparsa.
– Le posso essere d’aiuto? – domandai a voce alta, nel tentativo di sovrastare la musica.
– Io… io… non credevo che in questo palazzo ci abitasse qualcuno – balbettò la donna, pochi anni più giovane di Liza, e quello che disse lo compresi più che altro leggendole le labbra. Il vizio della lettura non mi abbandona neppure quando ascolto. Impagino tutto.
– E quindi? – gridai ancora più forte, come se la sconosciuta volessi colpirla, ma senza cattiveria, senza volerle fare male, solo per provocare una sua reazione, come quando si schiaffeggia un uomo svenuto per fargli riprendere conoscenza.
– Lavoro nello studio legale qui sotto, lo studio dell’avvocato Barberini, sono la segretaria. Oggi pomeriggio ho dimenticato il portafogli sulla scrivania e sono venuta a riprenderlo, perché, mentre tornavo a casa, mi ha fermata la polizia e… Scusatemi, ma ho avuto paura sentendo questa musica così forte, – disse la donna voltando le spalle e andandosene, sbattendo con forza la porta dell’appartamento dietro di sé. Un gesto dovuto certo all’imbarazzo, non allo sdegno, un infortunio, la maniglia doveva esserle sfuggita di mano causando lo schianto.
– Per un attimo ho pensato che questa sera avessi voluto farmi una sorpresa, – mi sussurrò Liza all’orecchio, con un sorrisino malizioso, ricominciando a muoversi.
– Se avessi una donna normale con la quale andare a letto perderesti un cliente, – risposi riaggrappandomi ai suoi seni.
– È più costoso mantenere una donna normale, come la chiami te, che andare a puttane, caro mio, – replicò Liza punta nell’orgoglio siberiano, ma ridendo forte.
– Non posso darti torto.
– Mai puoi darmi torto, ho vent’anni più di te e vent’anni mica normali. Che faccio, spingo?
– Spingi, spingi, che siamo in ritardo e mi sta venendo sonno.
Chiusi gli occhi, di nuovo, e l’esercizio fisico finalmente ebbe fine.
Mentre Liza si rivestiva e io me ne stavo sdraiato sul letto, ancora nudo, ma coperto dal lenzuolo, fumando con avidità la prima sigaretta dopo l’amplesso, disse una cosa che mi fece pensare. Una cosa che, se fosse uscita dalla bocca di un uomo, avrei ritenuto una stronzata, ma che, detta da una donna, suscitò su di me un particolare fascino.
– Cosa hai visto nello sguardo di quella donna? – domandò allacciandosi il reggiseno nero, di pizzo, all’altezza dell’addome e poi tirandolo su, intrappolandovi le grandi mammelle.
– Paura, – risposi sicuro come l’alunno che ha studiato ed è pronto per l’interrogazione.
– Nient’altro? Solo paura? – insisté Liza infilandosi ora la camicetta bianca, ornata qua e là da fiori variopinti di varie dimensioni, e abbottonandola.
– Avrei dovuto notare altro?
– Caro mio, era così evidente che se non lo hai notato è perché non lo hai voluto notare, – rispose Liza con aria misteriosa, sospirando e sgranchendosi le gambe autostradali.
– Ma cosa era così evidente? – domandai di nuovo, e questa volta quasi con esasperazione. Non riuscivo proprio a capire dove volesse andare a parare.
Liza, ormai pronta per andare via, fece il giro del letto, e le bastarono un paio delle sue ampie falcate, mi raggiunse, premette le sue labbra sulle mie, come non faceva mai, e disse: – Quella donna, caro mio, aveva una voglia matta di trovarsi al mio posto, sopra di te. Buonanotte, ci vediamo la settimana prossima, a meno che la sconosciuta non mi porti via il lavoro. Vuoi che lasci la porta aperta?
– No, chiudila pure, grazie.
E Liza se ne andò, lasciandomi solo a sorridere di quelle parole che, seppure mi affascinarono, mi lusingarono, trovai piuttosto inverosimili. Fino ad allora non mi era mai capitato di conoscere una donna che mi avesse desiderato come amante, per questo motivo da quando avevo diciotto anni ricorrevo alle professioniste come Liza. Detto tra noi, ormai ero certo che una donna del genere neppure esistesse. Poi però, riflettendoci, nella mia mente iniziò a insinuarsi il sospetto che Liza non si riferisse a me nel particolare, ma alla situazione in generale. Semplificando: quella donna desiderava un uomo con il quale andare a letto, e vedere me e Liza fare sesso doveva aver esacerbato questo suo desiderio. Beh, messe così, le cose acquistavano senso e verosimiglianza. Del resto, avevo imparato che le donne assai di rado sbagliano nei loro giudizi, perché, rispetto a noi uomini, così inclini alla metafisica, hanno un rapporto ben più diretto, terragno con la realtà, dovuto probabilmente alla maternità (lo dico sempre, in un mondo di sole donne Dio non sarebbe mai esistito), e questo permette loro di raggiungere la verità, o quantomeno di avvicinarsi ad essa, molto più spesso di noi.
Ho una memoria fotografica, d’accordo, ma così era davvero troppo. Della sconosciuta avevo il volto impresso nella mente e non riuscivo a smuoverlo da lì, a scansarlo neppure per qualche secondo. Mi accompagnò sotto la doccia, dove mi infilai dopo la partenza di Liza, rilassandomi a lungo sotto una pioggia d’acqua bollente che produsse una spessa coltre di nebbia vaporosa attorno a me, e persino durante il sonno, dato che lo sognai. Un volto terreo e affilato, dai tratti marcati e sporgenti, taglienti come rimproveri muti, che ricordava alcune xilografie femminili di Schmidt-Rottluff. Il naso piuttosto pronunciato, ma sottile, le guance scavate, gli occhi neri turbati da piccole rughe alle estremità. Il labbro superiore fino, quel tanto che basta per dichiarare la propria esistenza, il labbro inferiore più grande e spesso, vibrante eppure esangue. Un volto bello? No, gli espressionisti non chiedevano di essere valutati in termini di estetica, ma di efficacia. Un volto che era la confutazione di quello di Liza, pieno e sanguigno di natura, arrotondato e arrossato ancora di più dalla piaga dell’alcol. Un volto essenziale, minimale, disadorno nel complesso, come il fisico del resto, asciutto, e forse pure troppo, quasi scarno, come si intuiva anche con gli abiti addosso. I capelli neri, tagliati corti, all’altezza dei lobi, con una breve frangetta a coprire metà della fronte, e appena mossi. Doveva avere un quarantacinque anni ed ero sicuro che fosse anche madre, per una certa sensazione di stanchezza che emanava dalla sua figura. Ma alle dita non portava anelli.
Aveva detto di essere la segretaria dello studio legale qui sotto, ma non l’avevo mai vista, e non avrei fatto nulla per rivederla. Non per l’imbarazzo, era stata lei a entrare in casa mia senza bussare, ma perché non mi piaceva che la sua fisionomia si fosse imposta in modo così prepotente nel mio cervello. Il mio cervello era popolato di spettri, di scrittori morti da un pezzo e delle loro creature, vive, certo, ma insussistenti, una persona, peggio, una donna fatta di carne e ossa e sangue avrebbe scompaginato tutto. Non volevo tornare indietro, non potevo permettermelo.

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Informazioni su Simone Germini

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Dal 2012 al 2018 sono stato caporedattore del blog «Freemaninrealworld». Insieme con Lorenzo Pica, Raffaele Rogaia e Marco Zindato ho fondato il sito iMalpensanti.it. Sul blog «Bazzecole» i maldestri tentativi di scrittura creativa. Per info e contatti simonegermini@yahoo.com.

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